Disposto anche risarcimento per 20mila euro
Un controllo ossessivo, sistematico, soffocante. La voleva “invisibile” agli occhi degli altri uomini. Per questo la costringeva a ingrassare, a indossare abiti larghi, a modificare il proprio aspetto. La isolava dalle amiche, controllava il telefono, monitorava spostamenti e conversazioni. E quando sospettava uno sguardo di troppo, arrivavano insulti, minacce, pugni.
Con queste accuse il Tribunale di Udine ha condannato un ventenne di nazionalità tunisina a cinque anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia. La vittima è la moglie, una coetanea italiana residente nel Medio Friuli. Assolto invece dall’accusa di violenza sessuale “perché il fatto non sussiste”. Disposto anche un risarcimento di 20mila euro alla parte offesa. La difesa ha annunciato appello.
Chi è il 20enne condannato dal Tribunale di Udine?
La sentenza è stata pronunciata dall’aula collegiale presieduta dai giudici Daniele Faleschini Barnaba, Roberto Pecile e Camilla Del Torre. Il pubblico ministero aveva chiesto sei anni.
La coppia si era conosciuta nel 2022, aveva iniziato a convivere e poi, nel febbraio 2024, aveva deciso di sposarsi. Un matrimonio che, secondo la ricostruzione della Procura di Udine, segna l’inizio di una spirale di violenza.
Già la sera delle nozze l’uomo avrebbe accusato la moglie di aver parlato con altri uomini tramite la testimone. La risposta sarebbe stata immediata: un pugno al labbro inferiore, con sanguinamento, e il tentativo di lanciarle contro un barattolo di vetro.
Perché costringeva la moglie a ingrassare e vestirsi larga?
Secondo l’accusa, il giovane esercitava un controllo definito “totalitario”. Non solo limitazioni e divieti, ma un progetto di trasformazione fisica e sociale.
Le imponeva abiti larghi “per non essere notata”. Le avrebbe imposto di ingrassare affinché, a suo giudizio, risultasse meno desiderabile. Una strategia di annullamento dell’identità che si accompagnava all’isolamento: niente amiche, niente uscite autonome, niente libertà digitale.
Il telefono era oggetto di verifica costante: notifiche controllate, conversazioni passate al setaccio, social monitorati. Ogni riferimento ad altri uomini scatenava scenate e aggressioni.
Quali violenze ha subito la giovane donna?
Le contestazioni parlano di minacce di morte, ingiurie, percosse reiterate. In più occasioni, quando la giovane urlava, sarebbe stata afferrata da dietro con l’avambraccio stretto al collo per impedirle di respirare, tappandole la bocca.
Gli episodi di violenza non si sarebbero fermati alla sera del matrimonio. Secondo quanto emerso, si sarebbero ripetuti nei giorni successivi e anche durante una trasferta in Germania.
L’isolamento sociale e familiare avrebbe avuto conseguenze drammatiche: la giovane, stando a quanto accertato, avrebbe anche tentato il suicidio.
Cosa ha deciso il Tribunale di Udine e quali sono le prossime mosse?
Dopo la denuncia, il ventenne era stato arrestato, quindi posto ai domiciliari con braccialetto elettronico. Ma aveva rimosso il dispositivo ed era fuggito in Francia, dove avrebbe intrapreso una nuova relazione con una minorenne. Rientrato in Italia, era stato nuovamente arrestato.
Il processo di primo grado si è concluso con la condanna a cinque anni per maltrattamenti in famiglia aggravati. Oltre alla pena detentiva, è stato disposto il risarcimento di 20mila euro alla vittima.
La difesa ha annunciato ricorso in appello
Intanto, resta il quadro di una relazione trasformata in gabbia: controllo ossessivo, violenza fisica e psicologica, isolamento. Un caso che riporta al centro il tema dei maltrattamenti domestici e del possesso travestito da gelosia. E che dimostra come il controllo sul corpo e sulla libertà possa diventare, passo dopo passo, un esercizio di dominio.

