Carmelo Cinturrino e Abderrahim MansouriCarmelo Cinturrino e Abderrahim Mansouri

Omicidio Mansouri, Carmelo Cinturrino si scusa con chi indossa la divisa

Ha chiesto scusa. Ha ammesso “errori”. Ha negato il pizzo. Ma attorno a Carmelo Cinturrino si sta chiudendo un cerchio che va ben oltre il colpo di pistola esploso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo.

L’assistente capo della Polizia, fermato per l’omicidio di Abderrahim Mansouri, ha parlato davanti al gip nel carcere di San Vittore. “Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia”. Parole pesanti, che sanno di confessione morale prima ancora che giudiziaria.


Cinturrino cosa ha ammesso davvero sull’omicidio di Rogoredo?

Assistito dall’avvocato Piero Porciani, Cinturrino ha risposto alle domande del gip e del procuratore Marcello Viola.

Ha confermato di aver sparato “per paura”. Ha ammesso la messinscena della pistola trovata accanto al corpo di Mansouri, detto Zack. “Mi sono sentito perso”, avrebbe detto. “So cosa succede quando un poliziotto spara”.

Secondo la sua versione, l’arma giocattolo era stata trovata anni prima in zona Lambro e mai denunciata perché “non tracciabile”. Dopo lo sparo, nel panico, avrebbe ordinato a un collega di recuperare la replica in commissariato per “mettere una toppa”.

Un’ammissione grave. Ma non totale.


“Nessun sistema, è Carnevale”: la linea difensiva

Porciani è stato netto: “Ha confessato tutto quello che ha fatto. Ma quello che non ha fatto, no”.

Il presunto giro di spaccio sotto controllo, le richieste di soldi e droga in cambio di mancati arresti? “È Carnevale”, ha tagliato corto il legale.

Cinturrino nega di aver preso “un centesimo da nessuno”. Nega un sistema. Nega di aver costruito una rete di intimidazioni.

Ammette l’errore individuale. Rifiuta l’ipotesi strutturale.

Una differenza che in diritto pesa come un macigno.


Le accuse dei colleghi: “Chiedeva soldi e droga”

Ma i verbali degli altri agenti del Commissariato Mecenate raccontano un’altra storia.

Un collega, indagato per favoreggiamento e omissione di soccorso, ha dichiarato che Cinturrino “voleva che tirassero fuori droga e soldi”.

Altri parlano di un clima “aggressivo”. Di urla, schiaffi, colpi con un martelletto usato per scavare nei nascondigli dei pusher nel boschetto di Rogoredo.

“Se danno tutto non li arrestano”, avrebbe riferito un agente. E ancora: “Io l’ho visto cinque o sei volte colpire qualcuno per farsi dire dove era la sostanza”.

Parole che dipingono un contesto inquietante. Non l’errore di un attimo. Ma un metodo.


Il martello e il bosco di Rogoredo

Il “martelletto”, nella versione difensiva, serviva solo a dissotterrare la droga nascosta tra cespugli e terriccio.

Secondo alcuni colleghi, invece, veniva usato per colpire tossicodipendenti e spacciatori quando non collaboravano.

Cinturrino, soprannominato “Luca” o “Luca Corvetto”, sarebbe stato conosciuto dai frequentatori del bosco come figura temuta. Alcuni pusher, fermati da altre pattuglie, avrebbero detto: “Io vi do tutto come facevo con Luca”.

Frasi che, se confermate, scardinerebbero la narrazione dell’errore isolato.


La dinamica del 26 gennaio: cosa è accaduto dopo lo sparo

Secondo i verbali, dopo aver esploso il colpo alla testa di Mansouri, Cinturrino avrebbe detto: “È successo un casino”.

Un agente ha riferito di averlo visto avvicinarsi al corpo e girarlo. “Ho visto un oggetto a terra che non mi sembrava una pistola”, ha raccontato.

I colleghi arrivati dopo avrebbero capito subito che l’arma trovata accanto al corpo era stata collocata lì. “Ci portiamo addosso un peso”, ha ammesso uno di loro.

La messinscena, oggi ammessa dallo stesso Cinturrino, diventa così il punto di convergenza tra accusa e difesa. Divergono però le motivazioni e il contesto.


Sistema deviato o deriva personale?

Il nodo centrale ora è questo: Cinturrino era un poliziotto che ha perso il controllo in un momento di paura? O era il terminale di una prassi opaca, tollerata o sottovalutata?

Il capo della Polizia, Vittorio Pisani, ha parlato di espulsione. Il legale replica: “Un delinquente è uno che delinque, non uno che sbaglia. E chi sbaglia paga”.

Una distinzione che il processo dovrà chiarire.

Intanto, nel sud-est milanese, resta l’eco di un bosco che da anni è simbolo di marginalità, spaccio e degrado. E ora anche di una frattura istituzionale.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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