A Verissimo il papà eroe della tragica notte di Crans Montana
Torna il talk show della domenica e Silvia Toffanin accende ancora una volta i riflettori su una tragedia che ha sconvolto l’Europa. A Verissimo, nella puntata del 1° febbraio 2026, uno degli ospiti più attesi è Paolo Campolo, l’uomo diventato simbolo del coraggio durante l’incendio del locale Le Constellation a Crans-Montana, costato la vita a 41 persone e lasciato 115 feriti, in gran parte giovanissimi.
La notte dell’incendio: “Ho aperto la porta con Jacques Moretti?”
Campolo, 55 anni, analista finanziario italiano con cittadinanza svizzera, viveva una vita tranquilla tra sci, famiglia e lavoro. Fino alla notte di Capodanno, quando una telefonata ha cambiato tutto: la figlia della compagna, in lacrime, lo avvisava di un boato nel locale dove stava festeggiando.
«Sono corso subito lì», racconta. «Non c’erano fiamme, forse il fuoco si era spento per mancanza di ossigeno. C’era un fumo densissimo, persone per terra che abbiamo anche calpestato per entrare».
Il momento chiave è l’apertura della porta d’emergenza, un dettaglio destinato a pesare anche nelle indagini:
«Mi sono trovato dietro un uomo e gli ho chiesto di aiutarmi. Siamo riusciti ad aprire la porta e dietro c’erano altre ragazze, tra cui la cameriera Cyane, ancora viva. Potrebbe essere stato Jacques Moretti, il proprietario del locale. Non saprei riconoscerlo, ma dal profilo e dall’abbigliamento potrebbe essere lui».
Un dettaglio che lega direttamente il nome del gestore del locale a uno dei momenti cruciali della tragedia.
Il caos e le carenze nei soccorsi
Il racconto di Campolo è un atto d’accusa durissimo contro la gestione dell’emergenza. «Abbiamo tirato fuori persone ancora vive. So che qualcuno è morto fuori per ipotermia. I ragazzi feriti, ustionati, intossicati sono rimasti per terra per oltre due ore a -11 gradi, senza coperte, senza barelle, senza ossigeno. Mancava tutto».
Secondo il testimone, i primi pompieri arrivati erano volontari impreparati: «Sono stati eroi, hanno fatto tutto il possibile, ma non erano pronti a una catastrofe di questa portata. I pompieri ufficiali sono arrivati dopo due ore».
“Ho pensato che lì dentro ci fosse mia figlia”
Il racconto diventa personale e straziante quando Campolo confessa cosa lo ha spinto a entrare nel locale in fiamme:
«Nei giorni prima avevo insistito perché mia figlia Clara andasse lì. Lei per fortuna non ci è andata. Ma nella mia mente lì dentro poteva esserci mia figlia. Ho trovato ragazze che potevano essere lei».
Un pensiero che lo ha spinto a trascinare fuori una decina di persone, tra vivi e morti, in una scena che ancora oggi lo perseguita: «L’odore di bruciato non riesco a togliermelo dal naso».
Crans-Montana dopo la tragedia
La località sciistica svizzera non è più la stessa: «È buia, non la riconosco più. Ci vorrà tempo per tornare alla normalità». Campolo dice di credere nella giustizia e di voler conoscere tutta la verità: «Spero che le indagini vadano avanti. Voglio sapere cosa è successo davvero».
Per il suo gesto gli verrà conferita un’onorificenza: «La accetterò con onore, per chi non ce l’ha fatta».
Verità, responsabilità e domande aperte
Il racconto di Campolo a Verissimo è più di una testimonianza: è un atto di memoria e un’accusa implicita contro falle nei protocolli di sicurezza, nei soccorsi e nella gestione delle emergenze.
La notte di Crans-Montana resta una ferita aperta. E mentre le indagini cercano responsabilità, le parole dell’“eroe di Capodanno” rivelano un quadro inquietante: una tragedia forse aggravata da errori, ritardi e carenze strutturali.
Una porta aperta, forse insieme a Jacques Moretti, e una città che oggi cerca ancora la verità dietro il fumo di quella notte.

