Fa discutere la nuova Barbie autisticaFa discutere la nuova Barbie autistica

Un dibattito acceso: entusiasmo e scandalo

La discussione sulla Barbie autistica ha polarizzato l’opinione pubblica in tempi brevissimi: da un lato entusiasmo per una scelta inclusiva, dall’altro critiche che la definiscono marketing e “semplice strategia commerciale”. Fortunato Nicoletti, vicepresidente dell’associazione Nessuno è escluso, invita però a uno sguardo più profondo. “Mattel non ha voluto spiegare l’autismo, né poteva farlo con una bambola. Ma ha aperto una fessura nell’immaginario della società, dove per decenni sono stati definiti i confini di chi era previsto e chi no”, afferma.


L’inclusione in pratica: Barbie e le altre diversità

Negli ultimi mesi, Mattel ha già messo sugli scaffali bambole in carrozzina, con diabete, sindrome di Down, audiolesi, con protesi. “Non è una soluzione definitiva – continua Nicoletti – ma è uno squarcio. La presenza di queste bambole ricorda che la differenza non è emergenza né tema di nicchia: fa parte del mondo, della realtà quotidiana”.

Il messaggio va oltre l’autismo e tocca il concetto di rappresentazione: in un mondo che celebra corpi perfetti e standardizzati, ogni diversità visibile diventa un gesto simbolico di inclusione.


Marketing o messaggio sociale?

Molti critici sottolineano che questa Barbie sia solo marketing. Nicoletti invita però a riflettere: “Marketing significa automaticamente vuoto? Dipende da cosa produce: può essere solo vetrina, oppure può aprire spazi di consapevolezza. In questo caso, la differenza si vede, c’è, e può farci ripensare l’idea di normalità”.

Secondo il vicepresidente di Nessuno è escluso, la cultura contemporanea parla spesso di inclusione, ma pretende che la diversità sia ordinata e rassicurante. “Questa Barbie non è ordinata, non è spiegabile, non è perfetta. Ma proprio per questo riflette la realtà”.


Accettare la differenza: la sfida più grande

Il cuore del dibattito non è se la Barbie autistica sia “giusta” o “sbagliata”. La domanda cruciale, conclude Nicoletti, è se la società è pronta ad accettare la diversità senza volerla prima controllare o addomesticare. “Se non lo siamo, il problema non è la bambola, ma lo spazio che siamo disposti a concedere a ciò che non ci somiglia”, scrive in un post.

Questa riflessione mette in luce un paradosso della nostra epoca: si celebra la diversità a parole, ma la si teme nella realtà quotidiana. La Barbie autistica diventa così non solo un giocattolo, ma uno specchio della società e delle sue resistenze culturali.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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