Lorella Molinari con il maritoLorella Molinari con il marito

Chi era Lorella Molinari, morta di Covid dopo aver affrontato il virus in prima linea

La morte di Lorella Molinari per Covid a Latina non è solo una notizia sanitaria. È una storia d’amore, di vocazione e di frontiera. Aveva 57 anni, lavorava al centro prelievi dell’ospedale Ospedale Santa Maria Goretti, e il virus lo aveva affrontato ogni giorno, dall’altra parte del letto.

Un mese fa il contagio. Poi il ricovero nel reparto di malattie infettive dello stesso ospedale dove aveva lavorato per anni. Quando le sue condizioni si sono aggravate, il trasferimento in terapia intensiva al Policlinico Umberto I.

Il virus, racconta il marito, è stato “esplosivo”. In pochi giorni le ha invaso i polmoni, costringendo i medici all’intubazione. Prima di essere sedata, aveva fatto una richiesta semplice, struggente: “Riportami a casa”.


Il racconto del marito medico: “Un colpo al cuore”

Accanto a lei, fino a dove è stato possibile, c’era Renato Masala, medico anche lui, per anni primario di Geriatria a Latina e recentemente trasferito al reparto di Medicina dell’ospedale di Terracina.

“Ha avuto un’aggressione del virus devastante”, racconta. “Mi diceva di riguardarmi, perché avevamo ancora tante cose da fare insieme”. Si erano conosciuti in ospedale. Trent’anni di vita condivisa, tra turni, notti in corsia, figli cresciuti tra camici e sacrifici.

La telefonata è arrivata alle 18 dell’8 gennaio. “Mi hanno chiamato dalla rianimazione. Un colpo al cuore”. Da allora, dice, sta ancora cercando di metabolizzare. “Mi giro per casa e vedo la sua presenza ovunque. È disarmante”.


Dove si è contagiata Lorella Molinari?

Non c’è una certezza formale, ma il sospetto è forte: il contagio da Covid sarebbe avvenuto in servizio. “Probabilmente si è infettata mentre lavorava. Come me, del resto: sono stato positivo asintomatico”, spiega il marito, guarito dopo una dozzina di giorni di isolamento.

Il paradosso è crudele: chi protegge, si espone. Chi cura, rischia. Lorella non era una comparsa della pandemia, era una protagonista silenziosa, una presenza costante per pazienti e colleghi.

Una collega ha confidato al marito: “Da quando mancava Lorella, le nostre giornate erano in bianco e nero”. Perché lei era vivace, allegra, una forza centrifuga in reparto. Non solo competenza clinica, ma umanità.


La famiglia, i figli, il sogno della Sardegna

Oltre al marito, Lorella lascia due figli: una figlia di 30 anni e un figlio di 27. “Lei sta soffrendo molto”, dice il padre. “Anche il più piccolo, ma è più riservato”.

Lorella aveva radici miste: metà veneta, metà di Sezze. Renato è sardo, di Alghero. “Si era innamorata subito della mia isola”, racconta. Il loro progetto era semplice e luminoso: tornare in Sardegna qualche mese l’anno, godersi la pensione, rallentare dopo una vita di corsa.

Quel tempo non è arrivato.


Perché la morte di Lorella Molinari parla ancora al Paese?

Perché il Covid non è stato solo una curva epidemiologica. È stato volti, nomi, famiglie. È stato personale sanitario che ha pagato in prima persona. Lorella Molinari è una di quelle storie che ricordano quanto sia stato alto il prezzo pagato da chi era in prima linea.

“Non doveva andare così”, è lo sfogo di una collega. “Solo così potevi essere sconfitta”. Parole che raccontano un senso di ingiustizia che non si spegne.

La morte di Lorella Molinari per Covid a Latina riporta al centro una verità semplice e brutale: il virus ha colpito anche chi lo combatteva. E dietro ogni bollettino c’erano vite intere, amori, sogni rimandati.

Oggi, in quella casa dove ogni oggetto parla di lei, resta un silenzio pesante. E una frase sospesa nell’aria: “Riportami a casa”. Una richiesta che suona come un testamento emotivo di una donna che ha dato tutto, fino all’ultimo turno.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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