Sguardo basso, occhi lucidi, parole spezzate dal dolore. Giuseppe Rago racconta così la morte della figlia Stefania, 46 anni, uccisa dal marito nella loro casa di Foggia.
“Mia figlia voleva separarsi. Lo aveva deciso negli ultimi tempi e lo aveva detto a noi e anche a lui”.
È un dettaglio che pesa, e che potrebbe aiutare a ricostruire il contesto dell’omicidio avvenuto nella serata di ieri, intorno alle 21, in un appartamento di via Salvemini, a pochi passi dallo stadio Zaccheria.
A sparare è stato il marito, Antonio Fortebraccio, guardia giurata. Quattro colpi esplosi con la pistola di ordinanza, secondo quanto emerso nelle prime fasi delle indagini.
Un delitto maturato tra tensioni e gelosia
Secondo il racconto dei familiari, la relazione tra i due era segnata da tensioni.
“Era molto geloso – racconta il padre della vittima – non voleva che facesse nulla, nemmeno andare in palestra”.
Un quadro che trova riscontro anche nelle testimonianze dei vicini di casa, che parlano di un litigio violento poco prima degli spari.
La coppia, sposata da circa trent’anni, aveva due figli di 23 e 27 anni, entrambi fuori casa al momento del delitto.
Secondo alcuni parenti, le discussioni erano frequenti, ma non risultano episodi di violenza fisica denunciati in precedenza.
Dopo gli spari, la fuga in caserma
Dopo aver ucciso la moglie, l’uomo si è recato direttamente dai carabinieri.
È stato lui stesso a presentarsi in caserma, in uno stato che la sua legale ha definito “confusionale”.
“Non era in grado di ricostruire quanto accaduto – ha spiegato l’avvocata Rosa Archidiacono – diceva che alla moglie avevano sparato e chiedeva aiuto”.
Quando i militari e i sanitari sono arrivati nell’abitazione, per Stefania Rago non c’era già più nulla da fare. Il corpo della donna è stato trovato nella camera da letto.
Fortebraccio è stato fermato nella notte con l’accusa di omicidio volontario aggravato dal vincolo coniugale. Nelle prossime ore la posizione potrebbe essere formalmente qualificata come femminicidio.
Chi era Stefania Rago
Stefania Rago lavorava saltuariamente come collaboratrice domestica.
Secondo chi la conosceva, era una donna riservata ma determinata, che negli ultimi tempi aveva maturato la decisione di cambiare vita.
Un elemento che emerge anche dal racconto dei familiari: la volontà di separarsi, già comunicata al marito.
C’è un altro dettaglio che colpisce.
Sul suo profilo social, la donna aveva scelto come immagine simbolo le scarpette rosse, segno di impegno nella sensibilizzazione contro la violenza sulle donne.
Un elemento che oggi, alla luce dei fatti, assume un significato ancora più drammatico.
Nessuna denuncia, nessuna richiesta di aiuto
Nonostante le tensioni, Stefania Rago non aveva mai formalizzato denunce.
Negli archivi della Procura e delle forze dell’ordine non risultano segnalazioni né richieste di intervento.
Un aspetto che torna spesso nei casi di violenza domestica: situazioni critiche che restano invisibili fino al momento più estremo.
Secondo gli investigatori, sarà fondamentale ricostruire gli ultimi mesi della relazione per capire se vi fossero segnali premonitori sottovalutati.
Una città ancora scossa da un altro omicidio
Il delitto arriva a pochi giorni da un’altra tragedia che ha colpito Foggia: l’uccisione del personal trainer Dino Carta, avvenuta per strada.
Due episodi ravvicinati che hanno riacceso l’attenzione sulla sicurezza e sulla violenza nella città.
Il fatto che l’omicidio di Stefania Rago sia avvenuto in ambito domestico aggiunge un ulteriore livello di allarme, perché riguarda la sfera più privata e difficile da intercettare.
Le reazioni: “Rafforzare la rete di protezione”
Dopo l’omicidio, i centri antiviolenza hanno chiesto un intervento immediato.
“Serve rafforzare la rete di protezione per le donne”, è l’appello lanciato in modo unitario dalle associazioni.
Anche la sindaca di Foggia, Maria Aida Episcopo, è intervenuta pubblicamente:
“Come comunità faremo rumore”.
Un segnale che punta a mantenere alta l’attenzione su un fenomeno che continua a colpire in tutta Italia.
Un caso che riapre una domanda cruciale
La morte di Stefania Rago riporta al centro una questione che torna ogni volta che si consuma un femminicidio.
Quante situazioni restano sommerse fino all’ultimo momento?
In molti casi, come questo, non ci sono denunce, non ci sono interventi ufficiali, non ci sono segnali registrati dalle istituzioni.
Eppure esistono tensioni, gelosie, dinamiche di controllo che, col tempo, possono degenerare.
È su questo terreno che si gioca la prevenzione, molto prima dell’intervento giudiziario.
I prossimi passaggi
Nelle prossime ore si terrà l’udienza di convalida del fermo.
Gli inquirenti continueranno a raccogliere elementi per ricostruire con precisione la dinamica e il movente del delitto.
Sarà centrale anche l’analisi del contesto familiare e relazionale degli ultimi mesi.
Resta, intanto, il dolore di una famiglia e di una città che si trova ancora una volta a fare i conti con una tragedia che si consuma dentro le mura di casa.

