Lily WhitehouseLily Whitehouse

Lily Whitehouse aveva 19 anni ed era appena uscita dall’ospedale dove aveva visitato il figlio ricoverato, l’uomo nega l’omicidio

Una giovane madre di appena 19 anni morta dopo essere stata inseguita e schiacciata contro un lampione con un furgone. È la drammatica accusa al centro del processo che si sta svolgendo davanti alla Corte della Corona di Wolverhampton, nel Regno Unito, dove sul banco degli imputati siede Mohammed Azim, 41 anni.

Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe utilizzato il proprio furgone Mercedes Sprinter come una vera e propria arma al termine di una lite con la compagna Lily Whitehouse, provocandole lesioni devastanti che si sono rivelate fatali.

L’imputato respinge ogni accusa di omicidio.

La visita al figlio in ospedale e il passaggio che si trasforma in tragedia

La sera della tragedia Lily Whitehouse aveva trascorso alcune ore all’ospedale Russells Hall di Dudley, dove si trovava il suo bambino nato nel settembre 2025 e ricoverato nel reparto di terapia intensiva neonatale.

Secondo quanto emerso in aula, Mohammed Azim era andato a prenderla dopo che la ragazza era scesa dall’autobus che l’aveva riportata dall’ospedale.

Da quel momento, però, qualcosa sarebbe cambiato.

La Procura sostiene che l’uomo, invece di accompagnarla direttamente a casa, avrebbe proseguito oltre l’abitazione della giovane fino a raggiungere Old Park Lane, una strada dove si sarebbe consumata la tragedia.

Per l’accusa proprio questa deviazione rappresenterebbe uno degli elementi più significativi dell’intera vicenda.

Le immagini delle telecamere e quei 16 minuti nel buio

Uno dei punti centrali del processo riguarda le registrazioni di videosorveglianza acquisite dagli investigatori.

Le telecamere di una scuola vicina, dotate anche di registrazione audio, avrebbero immortalato parte di quanto accaduto.

Secondo la ricostruzione illustrata in aula, il furgone sarebbe rimasto fermo con il motore acceso per circa 16 minuti appena fuori dall’inquadratura.

Successivamente Lily Whitehouse sarebbe stata ripresa mentre camminava rapidamente lungo la strada.

Pochi istanti dopo, secondo la Procura, il mezzo avrebbe iniziato a seguirla a bassa velocità.

“L’imputato stava usando quel veicolo grande e pesante come un’arma”, ha sostenuto l’accusa davanti alla giuria.

Il boato e l’impatto contro il lampione

Nelle registrazioni si sente poi un forte rumore.

Per la Procura quel boato coinciderebbe con il momento in cui il furgone avrebbe schiacciato la giovane contro un lampione.

La dinamica è uno degli aspetti più delicati del processo, ma gli inquirenti ritengono che le gravi ferite riportate dalla ragazza siano compatibili con questa ricostruzione.

Secondo il medico legale, Lily Whitehouse riportò numerose lesioni concentrate sul lato destro del corpo: fratture alle costole, una grave lesione al fegato, una frattura al braccio e devastanti traumi toracici che provocarono un’emorragia interna fatale.

La chiamata al 999 e il presunto depistaggio

Subito dopo l’incidente, secondo l’accusa, Mohammed Azim avrebbe caricato la giovane sul proprio furgone.

Avrebbe poi chiamato i soccorsi sostenendo di aver assistito a un investimento provocato da un veicolo fuggito senza fermarsi.

La Procura ritiene però che quella versione fosse falsa.

L’uomo avrebbe parcheggiato il mezzo poco distante, adagiato la ragazza sul marciapiede e atteso l’arrivo dei soccorritori.

Quando poliziotti e paramedici sono arrivati sul posto, avrebbe raccontato nei dettagli una versione che gli investigatori hanno giudicato sospetta fin dall’inizio.

Perché gli investigatori non hanno creduto al racconto

Un elemento ha immediatamente attirato l’attenzione degli agenti.

Azim aveva ammesso di conoscere molto bene la vittima. Agli occhi degli investigatori appariva difficile credere che si fosse trovato casualmente sul luogo di un presunto investimento con omissione di soccorso che coinvolgeva proprio la sua compagna.

Da quel momento gli accertamenti si sono concentrati sul furgone, sulle immagini delle telecamere e sulle incongruenze emerse nelle sue dichiarazioni.

Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe scelto di non fornire spiegazioni durante gli interrogatori, costringendo la polizia a ricostruire autonomamente l’intera sequenza dei fatti.

Un processo destinato a far discutere

Per la Procura il quadro sarebbe chiaro: chi guida deliberatamente un veicolo di grandi dimensioni contro una persona non può non prevedere conseguenze gravissime.

La difesa respinge però la ricostruzione accusatoria e il processo dovrà ora stabilire cosa sia realmente accaduto quella sera.

Nel frattempo resta la tragedia di una ragazza di 19 anni, madre di un bambino appena nato, uscita dall’ospedale dopo aver fatto visita al figlio e mai più tornata a casa.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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