Focolai segnalati in 10 Paesi europei, L’Ecdc monitora una possibile nuova modalità di trasmissione tra persone
Si chiama dermatofilosi, ma nelle ultime ore è tornata al centro dell’attenzione con un nome decisamente più evocativo: “malattia della pioggia”. Il termine, però, può essere fuorviante. Non significa affatto che ci si ammali semplicemente prendendo la pioggia. Il soprannome deriva dal mondo veterinario e dal fatto che umidità e pioggia prolungata possono favorire l’attività del batterio responsabile dell’infezione.
A riaccendere l’attenzione sono i casi registrati in Europa, dove negli ultimi mesi le autorità sanitarie hanno osservato un fenomeno insolito rispetto al passato. Il batterio responsabile, Dermatophilus congolensis, è conosciuto da tempo soprattutto perché può colpire bovini, cavalli, pecore e altri animali. Le infezioni nell’uomo, invece, erano considerate rare e generalmente associate al contatto con animali infetti o con materiale contaminato.
Il quadro osservato recentemente ha portato il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) a seguire con attenzione la situazione. Al 20 agosto 2026 risultavano segnalati 123 casi in 10 Paesi europei: Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.
L’Italia, al momento, non figura tra i Paesi che hanno segnalato casi nell’ambito di questo evento.
Perché la “malattia della pioggia” preoccupa gli esperti
L’elemento che sta attirando maggiormente l’attenzione degli epidemiologi non è tanto la gravità delle infezioni, che finora è risultata generalmente contenuta, quanto la possibile evoluzione delle modalità di trasmissione.
Nel report pubblicato a giugno, l’Ecdc aveva segnalato focolai presenti dall’inverno 2025 in diversi Paesi europei e aveva ipotizzato un possibile cambiamento nelle dinamiche di trasmissione. Nei casi più recenti, infatti, il contatto fisico molto ravvicinato tra persone sembra rappresentare una delle possibili vie di trasmissione, senza escludere quella indiretta attraverso superfici o oggetti contaminati.
L’ultimo aggiornamento dell’agenzia europea, datato 21 agosto, evidenzia inoltre che i casi sono stati osservati prevalentemente, ma non esclusivamente, tra uomini gay, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, con frequenti riferimenti alla presenza in luoghi dove si praticano attività sessuali all’interno di locali, comprese le saune.
Si tratta di un dato epidemiologico, non di una caratteristica che renda la malattia limitata a una specifica categoria di persone. Tra i casi descritti in Europa sono state infatti osservate possibili modalità di esposizione differenti.
Un esempio arriva dalla Norvegia, dove sono stati descritti casi associati anche a sport di contatto come le arti marziali.
Che cos’è la dermatofilosi e quali sintomi provoca
La dermatofilosi è un’infezione cutanea provocata dal batterio Dermatophilus congolensis. Il microrganismo è conosciuto soprattutto in medicina veterinaria e interessa principalmente gli animali, in particolare quelli allevati.
Nell’uomo può provocare papule, pustole, croste, desquamazione, arrossamento e prurito, con lesioni che possono comparire in diverse zone del corpo. Nei casi europei più recenti sono state interessate anche aree come regione genitale e inguinale, cosce, tronco e volto.
Il problema è anche diagnostico: le manifestazioni sulla pelle possono essere simili a quelle provocate da altre infezioni dermatologiche o sessualmente trasmesse. Per questo, in presenza di lesioni insolite, la valutazione medica può essere necessaria per arrivare a una diagnosi corretta.
La dermatofilosi, sulla base dei dati disponibili finora, non appare una malattia particolarmente aggressiva nell’uomo. I casi osservati nei focolai europei hanno generalmente avuto un’evoluzione lieve e hanno risposto al trattamento antibiotico, locale o sistemico.
Perché si chiama “malattia della pioggia”
Il nome “malattia della pioggia” deriva dall’espressione inglese “rain rot”, utilizzata soprattutto per descrivere la dermatofilosi negli animali.
Il collegamento con la pioggia riguarda l’ambiente favorevole alla proliferazione del batterio. Umidità persistente e acqua possono infatti favorire la macerazione della pelle, rendendo più facile il superamento della barriera cutanea da parte del microrganismo, soprattutto quando sono presenti piccole abrasioni o altre lesioni.
Non significa, quindi, che la pioggia sia una causa diretta dell’infezione nell’uomo.
Come ha spiegato il virologo Fabrizio Pregliasco, l’acqua può facilitare il rilascio delle forme infettanti presenti nelle croste cutanee, mentre una pelle umida o caratterizzata da piccole abrasioni costituisce una barriera meno efficace.
Il possibile cambiamento nella trasmissione
Tradizionalmente, il contagio umano era associato soprattutto al contatto diretto con animali infetti o con materiali contaminati.
La novità emersa con i focolai europei riguarda invece la possibilità che il batterio possa passare anche da persona a persona attraverso un contatto cutaneo molto stretto.
Questo non significa che il batterio sia diventato improvvisamente altamente contagioso. È proprio su questo punto che gli esperti invitano a evitare allarmismi.
«Non siamo di fronte a una nuova emergenza infettiva», è in sostanza il messaggio di Pregliasco, secondo cui il dato scientificamente più interessante riguarda la possibile evoluzione dell’epidemiologia di un microrganismo che fino a poco tempo fa interessava soprattutto il mondo veterinario.
L’Ecdc continua a monitorare i casi proprio per comprendere meglio come avvenga la trasmissione e perché siano comparsi più focolai contemporaneamente in diversi Paesi europei.
Chi rischia di più e come si può prevenire
Tra le persone che possono avere una maggiore esposizione ci sono innanzitutto allevatori, veterinari e lavoratori che hanno contatti frequenti con gli animali.
Nell’attuale situazione europea meritano attenzione anche le persone che hanno contatti cutanei molto ravvicinati e frequenti, soprattutto in ambienti caldo-umidi e condivisi. Una maggiore prudenza è indicata inoltre quando la pelle presenta abrasioni, escoriazioni, dermatiti o altre alterazioni della barriera cutanea.
Le principali precauzioni sono semplici: evitare il contatto diretto con lesioni sospette, non condividere asciugamani, indumenti o biancheria con una persona infetta, curare l’igiene personale e proteggere eventuali ferite.
In presenza di lesioni cutanee insolite dopo una possibile esposizione, è opportuno rivolgersi a un medico. Se necessario, la diagnosi può essere approfondita attraverso un esame microbiologico.
I casi in Europa e la situazione in Italia
Il dato aggiornato al 20 agosto 2026 parla di 123 casi complessivi in 10 Paesi europei. Sono coinvolti Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.
Il caso britannico ha attirato particolare attenzione perché rappresenta, secondo quanto riportato dal British Medical Journal, la prima infezione cutanea da Dermatophilus congolensis identificata nel Regno Unito nel contesto dell’aumento dei casi europei. L’autorità sanitaria britannica ha riferito che il caso è stato individuato in Scozia ed era collegato alla frequentazione di un locale destinato ad attività sessuali.
Al momento, l’Italia non risulta tra i Paesi che hanno segnalato casi collegati a questo evento europeo.
Ed è proprio questo uno degli elementi da tenere presente quando si parla della “malattia della pioggia”: l’aumento dei casi merita sorveglianza epidemiologica e ricerca scientifica, ma non equivale a una nuova emergenza sanitaria per la popolazione italiana.
La “malattia della pioggia” è pericolosa? Cosa dicono gli esperti
Le informazioni disponibili indicano che, nell’uomo, la dermatofilosi è generalmente lieve. Finora nei focolai europei non sono emerse complicanze gravi tali da far pensare a una patologia particolarmente pericolosa per la popolazione generale.
La questione centrale per gli esperti è quindi soprattutto capire perché un batterio conosciuto da decenni in ambito veterinario stia comparendo con maggiore frequenza nell’uomo e, soprattutto, in contesti nei quali potrebbe essere trasmesso tra persone.
Per la popolazione generale il rischio viene attualmente considerato molto basso. La sorveglianza resta comunque importante, così come una corretta informazione: il nome “malattia della pioggia” non deve trasformarsi nell’idea che basti un acquazzone per contrarre l’infezione.

