L’ex comandante del RIS respinge le accuse di errori nelle indagini su Chiara Poggi e denuncia una campagna di delegittimazione
«Penso di aver sbagliato qualcosa? No, assolutamente no». Luciano Garofano passa al contrattacco sul caso Garlasco e difende il lavoro svolto dal RIS di Parma nelle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. Ospite di Bruno Vespa a «Cinque minuti», su Rai 1, l’ex comandante del reparto ha respinto le contestazioni rivolte agli accertamenti scientifici dell’epoca, rivendicando la correttezza dell’operato suo e dei suoi uomini.
Le nuove attività investigative della Procura di Pavia e l’attenzione tornata sugli elementi raccolti nel 2007 hanno alimentato interrogativi sul lavoro svolto nelle prime fasi dell’inchiesta. Garofano, però, contesta l’idea che le analisi del RIS abbiano contribuito a condannare un innocente e definisce «improprio» questo tipo di ricostruzione.
«Le nostre analisi sono state un punto di riferimento che poi è stato discusso nei vari processi che hanno portato poi alla sentenza definitiva», ha dichiarato. Poi l’affondo: «Sono qui proprio per reclamare la nostra onestà contro tutta la campagna di delegittimazione del RIS, che in questi giorni è stato vituperato e delegittimato in maniera veramente vergognosa».
DNA sul pedale della bicicletta: perché Garofano esclude lo scambio
Uno dei passaggi centrali della difesa dell’ex comandante riguarda le analisi effettuate sul pedale della bicicletta utilizzata da Alberto Stasi. Secondo la ricostruzione fornita da Garofano, il 19 settembre 2007 un primo esame restituì un profilo genetico riconducibile a Chiara Poggi. Le ulteriori analisi effettuate il giorno successivo diedero invece esito negativo.
È proprio questa differenza a essere finita al centro delle contestazioni. Garofano sostiene, tuttavia, che i risultati non siano necessariamente discordanti: a suo giudizio, i test successivi sarebbero stati «completamente nulli», perché non sarebbe rimasto DNA residuo sufficiente per ripetere l’esame.
L’ex generale ha ipotizzato che il materiale biologico possa essere stato consumato durante le prime prove. Ha precisato, inoltre, di non essere stato personalmente in laboratorio durante quelle operazioni e ha attribuito al capitano Marino la valutazione degli esiti ottenuti.
La conclusione sostenuta da Garofano è netta: il profilo genetico era attribuibile a Chiara Poggi e gli esiti negativi successivi, nella sua interpretazione, non avrebbero smentito il primo risultato.
Alla domanda sulla possibilità che ci sia stato uno scambio di campioni, la risposta è stata categorica: «No, assolutamente no».
I dati consegnati alla Procura e il nodo delle analisi
Garofano ha affrontato anche il tema della documentazione relativa agli accertamenti e delle informazioni comunicate ai magistrati. Ha spiegato che il consulente tecnico trasmette al pubblico ministero la sintesi dei risultati e la propria valutazione, mantenendo la documentazione dettagliata a disposizione delle parti.
«Un consulente comunica al pubblico ministero quella che è la sintesi dei risultati del proprio operato. Non comunica mai e non fornisce mai i dati, ma li tiene a disposizione», ha dichiarato, ricordando che i dati sarebbero stati forniti successivamente, nel novembre 2025.
L’ex comandante ha richiamato anche i verbali del 17, 24 e 25 settembre 2007 e la testimonianza del dottor Capra. Secondo la sua ricostruzione, questi elementi indicherebbero che i consulenti di parte avessero avuto modo di conoscere le attività svolte fino a quel momento.
Garofano ha ammesso di non ricordare ogni dettaglio a distanza di quasi diciannove anni, precisando che quando si presentò davanti al pubblico ministero non aveva con sé la documentazione. Ha però ribadito che, a suo giudizio, gli elementi necessari erano stati messi a disposizione per consentire le valutazioni delle parti.
Il «cucchiaino» e la natura del materiale biologico
Nel suo intervento, l’ex comandante ha affrontato anche la questione della quantificazione del DNA sul cosiddetto «cucchiaino», sostenendo che il dato dovesse essere letto tenendo conto delle componenti umane e microbiche presenti nel campione.
Ha inoltre ribadito la propria valutazione sulla natura del materiale analizzato, distinguendo l’attribuzione del profilo genetico alla vittima dalla possibilità di stabilire se si trattasse di sangue. Sono aspetti tecnici differenti, che non vanno sovrapposti: l’identificazione di una componente genetica e la determinazione della natura del materiale biologico richiedono valutazioni specifiche.
Anche su questo punto, la posizione espressa in televisione è quella di Garofano e va confrontata con la documentazione tecnica e con le valutazioni formulate dagli altri consulenti.
L’impronta di scarpa: Garofano respinge le critiche al RIS
Un altro elemento al centro del confronto riguarda l’impronta di scarpa repertata sulla scena del delitto. Nelle recenti valutazioni richiamate nel dibattito sul caso, l’impronta è stata indicata dagli attuali consulenti della Procura come riconducibile ad Andrea Sempio e associata alla presenza di sangue.
Garofano ha respinto l’ipotesi che il RIS abbia commesso una svista. L’ex comandante si è detto convinto, insieme ai consulenti della famiglia Poggi, che quell’impronta non fosse utile ai fini investigativi e non contenesse sangue.
Ha comunque auspicato che la questione possa essere riesaminata e approfondita nell’eventualità di un nuovo dibattimento giudiziario. Anche in questo caso, le sue dichiarazioni rappresentano la posizione difensiva dell’ex comandante e non cancellano la necessità di distinguere le diverse valutazioni tecniche.
«Difendo l’onestà dei miei uomini»: lo scontro sul lavoro del RIS
Il filo conduttore dell’intervento di Garofano è la difesa dell’operato del reparto che guidava all’epoca dell’omicidio di Chiara Poggi. L’ex generale contesta le ricostruzioni che, a suo giudizio, rischiano di trasformare le divergenze sugli accertamenti in accuse generalizzate nei confronti degli investigatori.
La sua presa di posizione arriva mentre il caso continua a essere oggetto di nuove verifiche e di un intenso confronto pubblico. Il punto non è soltanto la lettura dei singoli reperti, ma anche il modo in cui vengono valutati oggi gli accertamenti compiuti durante le prime indagini.
Garofano non riconosce errori nel lavoro del RIS e respinge l’ipotesi di uno scambio di campioni. La sua difesa è esplicita, ma le conclusioni sui singoli elementi scientifici devono restare ancorate agli atti, ai risultati verificabili e alle valutazioni degli organi competenti. È su questo terreno che si misura il confronto sulle indagini dell’omicidio di Chiara Poggi.

