La 21enne torinese residente nel Foggiano racconta l’aggressione denunciata a bordo di una nave Msc
«Voglio giustizia, non vendetta. E voglio che nessun’altra donna si trovi nella mia situazione». È il messaggio con cui Sofia Esposito, 21 anni, ha deciso di proseguire la sua battaglia dopo la chiusura del procedimento nato dalla denuncia contro l’ex compagno. La giovane, originaria di Torino e residente nel Foggiano, ha raccontato la propria vicenda in un’intervista al Corriere della Sera, spiegando di sentirsi ancora segnata, a distanza di sedici mesi, da quella che denuncia come una violenta aggressione avvenuta durante una crociera.
Il procedimento è stato archiviato dal Tribunale di Foggia per difetto di giurisdizione. Secondo quanto emerso dagli atti, i fatti contestati sarebbero avvenuti in acque internazionali, a bordo di una nave battente bandiera panamense. Una decisione che ha spinto la 21enne a rivolgersi direttamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiedendo che venga individuata una strada per fare luce sulla vicenda.
L’aggressione denunciata durante la crociera
La partenza era avvenuta da Bari per una crociera tra Grecia e Turchia. Secondo il racconto della giovane, la relazione con l’allora compagno era già attraversata da problemi legati alla gelosia. L’episodio più grave sarebbe avvenuto durante l’ultima giornata di navigazione.
Nell’intervista al Corriere della Sera, Esposito ha raccontato di essere stata prima colpita al ristorante e poi nuovamente aggredita sul ponte della nave. La giovane sostiene di essere stata colpita con schiaffi e calci anche mentre si trovava a terra, riportando ferite al volto e perdendo sangue dal naso e dalla bocca.
Nel corso dell’aggressione, secondo la sua testimonianza, sarebbero stati anche distrutti i suoi occhiali. Dopo essere rimasta sola sul ponte, la 21enne sarebbe riuscita a rientrare e, una volta tornata a casa, avrebbe deciso di interrompere la relazione.
Il ritorno a casa e il codice rosso
In un primo momento Sofia Esposito non sarebbe andata in ospedale. Le sue condizioni, però, sarebbero peggiorate e il giorno successivo si sarebbe presentata al pronto soccorso.
Da lì sarebbe scattato il codice rosso, seguito dalla denuncia presentata ai carabinieri. La ragazza ha raccontato di aver ricostruito agli investigatori quanto accaduto a bordo della nave e di non aver più incontrato l’ex compagno dopo quella vicenda.
«Non mi ha mai chiesto scusa», ha raccontato al Corriere della Sera, spiegando che oggi il dolore legato a quell’esperienza non riguarda soltanto le conseguenze fisiche. «Dopo sedici mesi porto ancora dentro, soprattutto, i segni psicologici», ha detto.
L’archiviazione per difetto di giurisdizione
La svolta giudiziaria è arrivata con la decisione del Tribunale di Foggia, che lo scorso 26 giugno ha archiviato definitivamente il procedimento, rigettando l’opposizione alla richiesta di archiviazione.
Il nodo è stato quello della competenza territoriale e giurisdizionale. I fatti denunciati, infatti, sarebbero avvenuti in acque internazionali a bordo di una nave battente bandiera panamense, circostanza che ha portato i giudici a ritenere il fatto non soggetto alla sovranità italiana.
La difesa della giovane, secondo quanto riferito nell’intervista, avrebbe chiesto ulteriori accertamenti, compresa l’audizione di alcuni passeggeri e la verifica dell’eventuale presenza di immagini delle telecamere della nave. Per la giovane, però, la vicenda si è fermata senza arrivare a una valutazione nel merito delle responsabilità che lei attribuisce all’ex compagno.
La lettera a Mattarella e Meloni
Di fronte a questa situazione, la 21enne ha deciso di rivolgersi alle massime istituzioni dello Stato. Ha scritto a Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, spiegando di non sapere più a chi rivolgersi dopo aver contattato centri antiviolenza, parlamentari e altre istituzioni.
La sua richiesta, precisa, non è legata a un desiderio di vendetta né a un risarcimento economico. «Se mai dovessi ottenere un risarcimento lo darei in beneficenza», ha raccontato, ribadendo di volere soprattutto una risposta e che, qualora venisse riconosciuta una responsabilità, chi le ha fatto del male possa essere chiamato a risponderne.
La vicenda, intanto, resta legata a un interrogativo che Sofia Esposito porta avanti da oltre un anno. «Voglio sapere che denunciare serve ancora a qualcosa», ha detto. Una battaglia che la giovane intende continuare, non soltanto per la propria storia, ma anche perché altre donne non debbano trovarsi davanti allo stesso vuoto giudiziario.

