La sfuriata del legale dell’ex re dei paparazzi
Nel grande teatro della comunicazione digitale, la battaglia tra potere mediatico, piattaforme social e personaggi divisivi si arricchisce di un nuovo capitolo. L’avvocato Ivano Chiesa, storico difensore di Fabrizio Corona, ha denunciato la sospensione del suo account Instagram, parlando senza mezzi termini di censura e tirando in ballo scenari da regime autoritario.
Una dichiarazione che, come prevedibile, ha acceso immediatamente il dibattito politico-mediatico e riacceso la narrazione del complotto contro il sistema Corona.
“Silenziare i difensori è tipico delle dittature”
La denuncia di Chiesa è arrivata con toni durissimi:
“Mi hanno sospeso l’account Instagram perché non avrei rispettato gli standard di Meta. Poiché io parlo solo di questioni giudiziarie, lo considero un atto di censura, ancora più grave di quello fatto nei confronti del mio assistito Corona”.
Poi l’affondo:
“Silenziare i difensori è tipico delle dittature più orribili”.
Un linguaggio che richiama volutamente categorie politiche estreme, trasformando una decisione tecnica di una piattaforma privata in un caso ideologico, con il sottotesto classico: libertà di espressione vs Big Tech.
Mediaset smentisce: “Non c’entriamo nulla”
A stretto giro è arrivata la risposta di Mediaset, chiamata indirettamente in causa. Fonti del gruppo hanno smentito qualsiasi coinvolgimento nella sospensione del profilo del legale:
“Contrariamente a quanto si sta insinuando, Mediaset non c’entra nulla. Il profilo non è mai stato segnalato”.
La precisazione è netta: la decisione spetta esclusivamente alle piattaforme. Una presa di distanza che mira a spegnere sul nascere la narrazione di un presunto intervento del broadcaster contro Corona e il suo entourage.
Corona migra su X e attacca
Nel frattempo, Fabrizio Corona ha scelto la mossa più prevedibile e strategicamente rumorosa: lo sbarco su X (ex Twitter).
L’ex re dei paparazzi ha annunciato il suo arrivo sulla piattaforma con un post incendiario:
“La richiesta di rimozione delle pagine social, la richiesta della rimozione del canale YouTube, la richiesta dei 160 milioni in sede civile da parte di Mediaset nei miei confronti sono atti intimidatori”.
Corona, come da copione, trasforma la sua vicenda giudiziaria e mediatica in un racconto epico di persecuzione personale, sfruttando la narrativa anti-establishment che funziona benissimo sui social polarizzati.
Censura o moderazione? Il confine sottile
Il caso Chiesa-Corona si inserisce nel dibattito globale sulla moderazione dei contenuti: quando la rimozione di un account è tutela della community e quando diventa censura?
Meta, come altre Big Tech, applica policy opache, spesso automatizzate, con margini di errore significativi. Tuttavia, parlare di “dittatura” è una strategia comunicativa precisa: spostare il discorso dal piano tecnico a quello ideologico, polarizzando pubblico e media.
La guerra mediatica come strategia
Corona è un maestro nel trasformare sanzioni, sospensioni e cause legali in contenuto. Ogni ban diventa un episodio, ogni querela un capitolo, ogni migrazione su una piattaforma un evento mediatico.
Lo sbarco su X non è casuale: la piattaforma è oggi percepita come meno restrittiva, più incline alla libertà totale di parola e, soprattutto, più favorevole alla costruzione di narrazioni antagoniste.
Mediaset vs Corona: scontro permanente
La citazione dei 160 milioni di euro richiesti in sede civile da Mediaset è il cuore del conflitto. Corona parla di intimidazione, Mediaset di tutela legale. In mezzo, il pubblico, che consuma il conflitto come se fosse una serie TV.

