Dominik FischnallerDominik Fischnaller

Dominik Fischnaller bronzo a Milano Cortina 2026: cosa ha detto dopo la gara

Alla fine di una stagione tormentata da un problema al gomito e da una condizione fisica non più “da 25enne”, Dominik Fischnaller ha scelto il giorno giusto per ricordare a tutti chi è il campione. A Milano Cortina 2026 lo slittinista azzurro ha conquistato la medaglia di bronzo, secondo podio olimpico dopo Pechino 2022, e lo ha fatto nel modo più cinematografico possibile: davanti alla famiglia, davanti al suo paese, davanti alla pista più discussa dell’Olimpiade.

“Sicuramente è la mia medaglia olimpica più bella”, ha detto da Casa Italia. “Sentivo tanta pressione: è stata una gara tosta, ma ho fatto quattro discese ottime e non ho commesso errori. Ho fatto il massimo”. Tradotto: quando conta, Fischnaller non sbaglia.


La pressione della pista di casa e il tifo di un intero paese

Non era una gara qualsiasi. Era Cortina. Era la pista Eugenio Monti. Era il cuore del dibattito olimpico italiano, tra larici abbattuti, polemiche ambientali e un conto da 118 milioni per un impianto destinato a pochi eletti.

Eppure, sugli spalti, c’erano 105 tifosi arrivati in pullman da Maranza, un paese da 500 abitanti: praticamente un referendum popolare con bandiere e sciarpe. Un microcosmo alpino trasformato in curva ultras dello slittino.

Fischnaller lo sapeva. E lo ha detto: la pressione era reale, quasi politica.


Le parole sul futuro: “Alla prossima Olimpiade ci sarò”

C’è chi dopo una medaglia olimpica parla di ritiro, lui no. “Non mi sento come quando ho 25 anni, ma sicuramente alla prossima Olimpiade ci sarò. Ora voglio godermi la medaglia”. E poi la frase che è già una promessa (o una minaccia sportiva): “Carriera lunga come Zoeggeler? Spero di sì”.

Armin Zoeggeler, tre ori e sei podi olimpici, oggi direttore tecnico, è il fantasma tutelare dello slittino italiano. Il messaggio è chiaro: Fischnaller non vuole essere un episodio, ma un capitolo lungo.


Cortina, la pista contestata e il messaggio politico dello sport

La pista Eugenio Monti è stata definita “l’impianto più discusso dell’Olimpiade”. Un budello di ghiaccio costato caro e criticato da ambientalisti e opinionisti. Ma nello sport, si sa, le polemiche contano fino alla prima medaglia.

“Abbiamo spinto perché costruissero questa pista a Cortina per poter gareggiare in casa”, ha spiegato Zoeggeler. “Sapevamo che cosa hanno creato e per quello c’era pressione. Per fortuna siamo saliti sul podio subito”.

Tradotto in lingua non diplomatica: ora nessuno può dire che è stata inutile.


Fischnaller e il valore strategico della pista per lo slittino italiano

Fischnaller non ha parlato solo da atleta, ma quasi da dirigente. “Questa pista è fondamentale per il nostro movimento. Non dover andare sempre in Austria o America per allenarsi è ottimo”.

E ancora: “Così tanti giovani possono provare lo slittino, sanno cos’è lo slittino”. Una frase che sembra banale, ma in Italia è quasi rivoluzionaria: uno sport esiste se la gente sa che esiste.

Leon Felderer, settimo classificato, ha aggiunto la parte più cruda: “Senza questa pista non c’è futuro per il nostro sport in Italia”. Non una frase da comunicato stampa, ma un manifesto di sopravvivenza.


Il contesto storico: da Maranza senza strade a Cortina da 118 milioni

A guidare la spedizione di tifosi c’era Erika Lechner, leggenda dello slittino, oro a Grenoble 1968. All’epoca, da Maranza si scendeva “scivolando perché le strade non c’erano”. Oggi, per vedere Fischnaller, partono pullman olimpici.

È una parabola perfetta: da villaggio senza asfalto a Olimpiade miliardaria. Lo sport come acceleratore sociale, nel bene e nel male.


Un bronzo che pesa più del metallo

Davanti a Fischnaller solo il tedesco Max Langenhan e l’austriaco Jonas Mueller, dominatori della specialità. Ma il bronzo dell’azzurro pesa come un manifesto politico-sportivo: giustifica la pista, rilancia lo slittino, restituisce orgoglio a una federazione spesso marginale.

Non è solo una medaglia. È una narrazione. È una risposta alle critiche. È un investimento che improvvisamente sembra meno folle.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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