La nuova casa per Nathan e Catherine, cambia lo scenario?
La vicenda della famiglia nel bosco si arricchisce di due novità pesanti, una logistica e una emotiva. Da una parte Nathan Trevallion ha visitato una nuova abitazione dove potrebbe trasferirsi presto con la moglie Catherine Birmingham. Dall’altra esplode la questione del bambino che, secondo fonti vicine alla famiglia, starebbe rifiutando il cibo dopo l’allontanamento della madre dalla casa famiglia di Vasto.
La casa, secondo quanto riferito all’Ansa dal ristoratore Armando Carusi, sarebbe stata messa a disposizione dal Comune già da tempo. Nathan l’avrebbe vista insieme allo stesso Carusi e al sindaco, restando molto colpito: un’abitazione “nuova”, “isolata”, vicina al bosco e a circa dieci minuti dal casolare dove la coppia viveva prima dell’esplosione del caso. Carusi ha anche ricordato che il comodato gratuito del suo b&b scade a fine mese, elemento che rende il trasferimento un’ipotesi tutt’altro che teorica.
È un passaggio che potrebbe pesare molto anche sul piano giudiziario e sociale: una sistemazione più stabile, più vicina alla vecchia vita della coppia ma allo stesso tempo più compatibile con le richieste delle istituzioni, potrebbe diventare una carta importante nel percorso che Nathan sta tentando di costruire.
Che cosa sta succedendo davvero al bambino che rifiuterebbe il cibo
Il secondo fronte, però, è quello che tocca di più l’opinione pubblica. Secondo fonti vicine ai Trevallion, uno dei bambini ospitati nella struttura di Vasto avrebbe cominciato a rifiutare il cibo perché la madre non è più con lui dopo il provvedimento che ha allontanato Catherine dalla casa famiglia venerdì scorso. La notizia ha acceso subito allarme e rabbia.
Ma qui il caso si complica. L’avvocato Alessandra De Febis, garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Abruzzo, ha smentito con nettezza l’ipotesi di uno sciopero della fame. Ha spiegato di essere stata personalmente nella casa famiglia, di aver pranzato con i tre fratellini il 9 e l’11 marzo, e di poter dire che “non risulta alcuno sciopero della fame da parte dei bambini”.
Tradotto: il disagio potrebbe esserci, il rifiuto del cibo in alcuni momenti pure, ma al momento la versione istituzionale esclude lo scenario più drammatico, quello del bambino che smette di mangiare in modo strutturato. È una differenza sostanziale, e non da poco.
Perché la questione del cibo è diventata così delicata
In questa storia il cibo non è solo cibo. È simbolo di separazione, di trauma, di abitudine spezzata. Per chi sostiene la famiglia, il presunto rifiuto di mangiare sarebbe il segno più evidente del contraccolpo subito dai bambini dopo l’allontanamento della madre. Per le istituzioni, invece, serve prudenza estrema: su vicende del genere basta una frase imprecisa per trasformare un disagio reale in una narrazione ingestibile.
Ed è proprio questo il punto. La garante regionale ha invitato tutti alla massima responsabilità nella diffusione delle notizie, ricordando che la stabilità dei minori viene prima di tutto. Allo stesso tempo ha confermato che Nathan si è reso disponibile a un colloquio con gli assistenti sociali e che starebbe iniziando un percorso in quella direzione.
La visita di Marina Terragni e il peso politico del caso
Nel frattempo a Vasto è arrivata anche Marina Terragni, garante nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, che ha visitato la struttura dove vivono i tre bambini. Terragni ha ribadito un concetto destinato a far discutere: secondo lei, dopo un allontanamento, i minori rischiano di uscire comunque traumatizzati. E ha rilanciato il tema dei 41mila bambini fuori famiglia in Italia, chiedendo più chiarezza sulle ragioni degli affidamenti.
Le sue parole, in controluce, raccontano quanto la vicenda Trevallion abbia smesso da tempo di essere solo una storia privata. Ormai è diventata un caso nazionale, un nervo scoperto che tocca giustizia minorile, servizi sociali, diritti dei genitori e confini dell’intervento dello Stato nella vita familiare.
Nathan vuole i figli a casa, ma intanto chiede stop a presidi e proteste
In questo clima tesissimo Nathan ha già lanciato un appello pubblico: vuole che i bambini tornino a casa, ma fino a quel momento preferisce che restino dove sono, purché cessino proteste e presidi davanti alla casa famiglia e alle abitazioni private. Una posizione che segna un cambio di tono: meno piazza, più trattativa.
Ed è forse qui che la nuova casa assume un significato ancora più forte. Non solo un tetto, ma il tentativo di offrire alle istituzioni un’immagine diversa: meno simbolo, più normalità. Meno “famiglia nel bosco” da titolo di cronaca, più coppia che prova a rientrare in uno schema accettabile per riportare vicino i figli.

