Francesco BroccoloFrancesco Broccolo

Gli esperti chiedono screening più estesi: pochi kit disponibili e quasi tutti non certificati per uso clinico

Mentre cresce l’attenzione sanitaria attorno all’Hantavirus di tipo Andes, emerge un nuovo problema che sta mettendo in difficoltà i laboratori pubblici chiamati a gestire la sorveglianza: la scarsità di test affidabili e certificati.

Per la diagnosi degli hantavirus esistono infatti kit approvati per uso clinico, ma la situazione cambia radicalmente quando si parla del virus Andes, considerato uno dei ceppi più delicati perché associato anche a possibili trasmissioni interumane.

I test oggi disponibili sono pochissimi, prodotti soprattutto in Cina e classificati come “Ruo” (Research Use Only), cioè autorizzati esclusivamente per attività di ricerca e non per la diagnosi clinica ufficiale.

“Anche gli asintomatici potrebbero essere contagiosi”

A lanciare l’allarme è Francesco Broccolo, microbiologo clinico dell’Università del Salento e responsabile della Microbiologia e Virologia universitaria del Vito Fazzi.

«Siamo in fase di screening attivo, cioè stiamo intercettando le persone che sono state in contatto con i casi confermati, e per questo è fondamentale avere test clinicamente sensibili», spiega.

Secondo l’esperto, limitare i controlli ai soli pazienti sintomatici sarebbe un errore.

«Non ha senso fare tracciamento soltanto sui sintomatici perché anche chi non presenta sintomi potrebbe essere infettivo».

Un’ipotesi supportata anche dai dati raccolti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: in uno degli 11 casi monitorati, infatti, i sintomi sarebbero comparsi solo dopo l’esecuzione del test.

Lo studio sui pazienti presintomatici

La possibilità di trasmissione da soggetti asintomatici o presintomatici viene considerata concreta anche dalla International Society for Hantavirus Research.

A rafforzare questa ipotesi è uno studio pubblicato nel 2023 dal Robert Koch Institute di Berlino sulla rivista Emerging Infectious Diseases.

La ricerca ha mostrato come il virus Andes possa essere eliminato già dal primo giorno successivo all’infezione attraverso saliva e urine, ben prima della comparsa dei sintomi evidenti.

«Concentrarsi solo sui casi manifesti significa ignorare tutta la parte sommersa della trasmissione», osserva Broccolo, riferendosi ai pazienti asintomatici, presintomatici e anche a chi potrebbe restare contagioso dopo la guarigione clinica.

Perché il test molecolare è considerato fondamentale

Secondo gli esperti, il test molecolare rappresenta oggi lo strumento più efficace per la sorveglianza attiva perché capace di individuare il virus già nelle primissime fasi dell’infezione.

«Nel periodo compreso fra 3 e 10 giorni dall’infezione il paziente ha già il virus in circolo e il test molecolare è il più sensibile», spiega il microbiologo.

L’analisi viene eseguita sul plasma, dove il virus tende a concentrarsi maggiormente.

L’obiettivo della sorveglianza attiva è intercettare rapidamente eventuali positivi per evitare la nascita di nuovi focolai.

La buona notizia sulla variante isolata a Zurigo

Nonostante le difficoltà diagnostiche, arriva però anche un elemento considerato parzialmente rassicurante dagli esperti.

La sequenza genetica del virus isolato nel paziente ricoverato a Zurigo sarebbe infatti simile al 99% a quella identificata in Argentina nel 2018.

Un dato importante perché suggerisce che il virus non abbia accumulato mutazioni significative nel tempo.

Secondo Broccolo, questo potrebbe aumentare l’affidabilità dei kit Ruo già esistenti, sviluppati proprio sui ceppi argentini.

«È un elemento rilevante perché indica che il virus è relativamente stabile e che i test attualmente disponibili potrebbero funzionare anche sul ceppo oggi in circolazione», conclude l’esperto.

Per ora, però, resta il problema principale: la necessità di strumenti diagnostici certificati e rapidamente disponibili per rafforzare il monitoraggio sanitario.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *