A sinistra la figlia del bagnino Fabrizio ValenteA sinistra la figlia del bagnino Fabrizio Valente

Il 62enne è morto ad Andora mentre cercava di soccorrere Luigi Fasano, turista piemontese in difficoltà tra le onde

«È morto nel tentativo di salvare una persona». Lo ha detto tra le lacrime Giulia Valente, figlia di Fabrizio Valente, il bagnino di 62 anni morto ad Andora, nel Savonese, durante il tentativo di soccorrere Luigi Fasano, turista piemontese che si trovava in difficoltà tra le onde.

Il ricordo della figlia restituisce il profilo di un uomo profondamente legato agli altri e al proprio lavoro. «Dedicava la sua vita agli altri. È sempre stato generoso con i suoi amici, lo amavano tutti», ha raccontato Giulia. Fabrizio gestiva insieme alla moglie uno stabilimento balneare a Savona.

La tragedia ha lasciato un segno profondo anche tra i colleghi che ogni giorno svolgono lo stesso lavoro sulle spiagge italiane. Da qui è partito il gesto di solidarietà organizzato sulla costa della Versilia.

Bandiere a mezz’asta e fischietti per ricordare il collega

A Lido di Camaiore, nel territorio di Viareggio, gli stabilimenti balneari hanno esposto le bandiere a mezz’asta in segno di lutto. Alle 12, inoltre, i bagnini in servizio sul litorale hanno fatto suonare contemporaneamente i propri fischietti.

Un gesto simbolico per ricordare Fabrizio, ma anche per richiamare l’attenzione sul ruolo degli assistenti bagnanti e sulla sicurezza in mare. Una professione che comporta responsabilità quotidiane e che, sottolineano i colleghi, non può prescindere dalle condizioni necessarie per operare in sicurezza.

«Quello che è successo ad Andora ci tocca da vicino, come se fosse successo a uno di noi», ha dichiarato Luca Petrucci, presidente dell’Associazione Balneari di Lido di Camaiore. «Fabrizio Valente è morto facendo il suo dovere fino in fondo».

Petrucci ha spiegato il significato dell’omaggio: «Con le bandiere a mezz’asta e il fischio di oggi abbiamo voluto rendere omaggio a lui e a tutti i bagnini che ogni giorno vegliano sulla sicurezza delle nostre spiagge».

«Il nostro non è un mestiere qualunque: dietro un’abilitazione, un fischietto e una torretta c’è una responsabilità enorme», ha aggiunto, rivolgendo il pensiero alle famiglie di Fabrizio Valente e di Luigi Fasano.

«Era una persona che valeva molto»

Tra i messaggi arrivati dopo la tragedia c’è anche quello di un amico che conosceva Fabrizio da molti anni.

«Conoscevo Fabrizio da tanti anni ed era una persona che valeva molto e l’ha dimostrato anche questa volta», ha raccontato.

La morte di Valente ha così unito il dolore della famiglia a quello dei colleghi e delle persone che lo conoscevano. Un uomo che, secondo il racconto della figlia e degli amici, aveva costruito gran parte della propria vita attorno alle relazioni personali e al lavoro sulla costa.

La poesia dedicata a Fabrizio: «Chi salva gli altri deve poter tornare a casa»

Alla memoria di Fabrizio Valente, assistente bagnanti morto mentre cercava di salvare Luigi Fasano, la poetessa italo-cubana Yuleisy Cruz Lezcano, residente a Marzabotto e laureata a Bologna, ha dedicato una poesia intitolata “Doppia tragedia”.

La poetessa ha spiegato di averla scritta perché, davanti a una tragedia come quella di Andora, «le parole devono fermarsi prima di entrare nel dolore», per ricordare due vite spezzate e stringersi idealmente alle loro famiglie. Al centro del testo c’è una domanda: «chi soccorre chi sta soccorrendo?». La poesia richiama inoltre il tema della prudenza, delle direttive e delle tutele necessarie per chi lavora per garantire la sicurezza degli altri.

Doppia tragedia

Non è mai facile parlare
della morte, men che meno
quando avviene durante il lavoro.

Il mare di Andora oggi
parla piano, e Fabrizio
è un nome tra le onde.

I compagni lo ricordano,
con profonda tristezza.
Il mare gli respira alle loro spalle.

Era uscito per lavorare,
per dare assistenza,
sicurezza ai turisti,
alla popolazione.

E ancora non si comprende
quando il bagnino dà direttive:
non allontanarsi e stare attenti.

Quando le bandiere parlano,
perché non vengono rispettate?

Sono cose
che lasciano riflettere,
perché queste tragedie
non dovrebbero capitare.

Chi salva gli altri
deve poter tornare a casa.

E chi soccorre
non dovrebbe mai essere solo.

Se qualcosa accade
a chi sta soccorrendo,
chi lo soccorre?

È grave assumersi rischi
senza le necessarie tutele.

Si vedono sagome nere,
si indossa il lutto,
si pensa alla famiglia,
si pensa al dolore
che nessuna parola può colmare.

La morte di una persona,
il cuore di una famiglia,
sono un tempio sacro
che richiede permesso per entrare.

Quel permesso
può essere concesso
solo con empatia
e rispetto della verità.

Si pesta terra sacra
scalzi.

Bisogna respirare le parole
con fruizione,
camminare verso la riva
nel mare del dolore.

E quando l’acqua
raggela le caviglie
delle parole,
bisogna contrarle,
scegliere le immagini.

Per Fabrizio,
per la sua famiglia,
per chi continua
a salvare gli altri.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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