La provetta con i batteri vivi, la grave polmonite e la morte della ricercatrice
Una provetta che si sarebbe rotta accidentalmente durante il lavoro in laboratorio, una grave polmonite e la morte di una giovane ricercatrice. È una vicenda che ha fatto scattare l’allarme nella regione siberiana di Irkutsk, dove una dipendente di un istituto specializzato nello studio della peste è deceduta dopo essere stata ricoverata con una forma grave di polmonite.
Ma sulla causa della malattia, al momento, resta un punto fondamentale: le autorità russe non hanno confermato che si trattasse di peste.
La donna, identificata dai media locali come Daria Shipilova., avrebbe avuto 27 o 28 anni e lavorava all’Istituto di ricerca anti-peste della Siberia e dell’Estremo Oriente di Irkutsk. Secondo quanto riportato dal canale Telegram «Lyudi Baikala», avrebbe riferito ai medici di aver rotto accidentalmente una provetta contenente batteri vivi mentre raccoglieva campioni destinati ai test.
Il ricovero, la ventilazione e il decesso
La ricercatrice è stata ricoverata martedì scorso a Shelekhov, città satellite di Irkutsk, dopo la comparsa di sintomi riconducibili a una grave polmonite.
Le sue condizioni sarebbero rapidamente peggiorate fino alla necessità della ventilazione meccanica. La donna è morta giovedì.
La notizia ha immediatamente alimentato l’ipotesi di un possibile contagio da peste polmonare, anche perché la paziente lavorava proprio in un istituto dedicato alla ricerca e alla sorveglianza delle malattie legate alla peste.
I media locali hanno riferito anche di un’ampia operazione di monitoraggio delle persone entrate in contatto con la donna, arrivando a parlare di fino a 200 persone sottoposte a quarantena o sorveglianza.
Ma proprio su questo punto è arrivata la presa di posizione ufficiale russa.
«La situazione igienico-sanitaria è stabile»: cosa hanno trovato nei test
Il Rospotrebnadzor, il Servizio federale russo per la sorveglianza della tutela dei diritti dei consumatori e del benessere umano, ha assicurato che la situazione nella regione di Irkutsk, e in particolare nelle città di Irkutsk e Shelekhov, è stabile.
Secondo l’agenzia, alla donna è stata diagnosticata una polmonite di natura non specificata.
Gli esami approfonditi effettuati sui campioni prelevati dalla paziente, riferisce Interfax citando il comunicato, non hanno rilevato la presenza di microrganismi riconducibili alla sua attività lavorativa.
Il Rospotrebnadzor ha inoltre precisato che negli ultimi dieci giorni non erano stati registrati casi di malattie infettive tra i dipendenti dell’istituto anti-peste.
Due casi di Covid e due di rinovirus tra i contatti
Le autorità russe hanno comunque attivato immediatamente un complesso di misure antiepidemiche, individuando «la più ampia cerchia possibile» di persone entrate in contatto con la donna e predisponendo un monitoraggio medico con controlli di laboratorio quotidiani.
Tra le persone sottoposte agli accertamenti sono stati individuati due casi di Covid-19 e due infezioni da rinovirus.
Non sono invece stati rilevati agenti patogeni riconducibili ad altre malattie infettive. Inoltre, secondo il Rospotrebnadzor, nessuna delle persone entrate in contatto con la paziente ha manifestato alterazioni dello stato di salute riconducibili a patologie infettive.
Al momento, quindi, il collegamento tra la morte della ricercatrice e una possibile esposizione alla peste resta un’ipotesi riportata dai media locali ma non confermata dalle autorità sanitarie russe.
Bassetti: «Le malattie infettive non sono mai davvero un capitolo chiuso»
La vicenda ha attirato anche l’attenzione di Matteo Bassetti, professore di Malattie infettive all’Università di Genova e direttore della Clinica di Malattie infettive dell’Irccs ospedale Policlinico San Martino.
Commentando la notizia in un post su X, l’infettivologo ha lanciato una riflessione più ampia: «Le malattie infettive non sono mai davvero un capitolo chiuso. E noi siamo pronti?».
Bassetti ha sottolineato che il caso riporta l’attenzione su malattie considerate lontane o appartenenti al passato, ma che continuano a esistere in alcune aree del mondo.
L’esperto ha però invitato a non creare allarmismi: non significa che sia in corso una nuova pandemia e non significa che la peste stia tornando in Europa.
La peste, ha ricordato, continua a essere presente in alcune zone del mondo e, se diagnosticata tempestivamente, può essere trattata con antibiotici.
L’interrogativo sulla preparazione: «Quanto siamo davvero pronti?»
Il monito di Bassetti riguarda soprattutto la necessità di mantenere alta la sorveglianza. I patogeni possono sopravvivere nell’ambiente, circolare negli animali e, in circostanze rare, arrivare a infettare l’uomo.
«Il mondo cambia», ha osservato l’infettivologo, e con esso «anche le malattie cambiano, si spostano e possono trovare nuove opportunità».
La lezione, secondo Bassetti, non è avere paura, ma investire nella sorveglianza, nella ricerca e nella prevenzione.
E proprio da qui nasce la domanda lasciata aperta dall’esperto: «Quanto siamo davvero preparati a convivere con malattie che pensavamo appartenessero al passato?».

