La giovane atleta era stata trasferita a Holy Cross a maggio, a luglio aveva raccontato sui social il drammatico ricovero
Si era svegliata una mattina senza sentirsi bene, poi era svenuta. In ospedale gli esami avevano restituito valori drammaticamente bassi: emoglobina a 4 e piastrine a 1. Per Amanda Mack, 20 anni, quella che sembrava una giornata di malessere si era trasformata nel ricovero e nella scoperta di una rara malattia del sangue.
Tre mesi dopo quella diagnosi, la giovane pallavolista universitaria è morta. Amanda è deceduta mercoledì 16 settembre, come comunicato dalla famiglia attraverso il suo account Instagram e ricordato dalla squadra femminile di pallavolo di Holy Cross, dove si era trasferita pochi mesi prima.
«La portiamo nei nostri cuori e giocheremo ogni giorno per onorarla», ha scritto la squadra nel messaggio dedicato alla giocatrice.
La diagnosi dopo due biopsie del midollo osseo
A luglio Amanda aveva deciso di raccontare pubblicamente quello che le stava accadendo. Il primo sospetto dei medici era stato particolarmente pesante: la leucemia.
Gli esami del sangue sembravano infatti indicare quella possibilità. Mack ha raccontato che, dopo il ricovero, era stata sottoposta a trasfusioni di sangue e piastrine perché si trovava in condizioni critiche.
«Sono svenuta e sono andata in ospedale. Il mio livello di emoglobina era a 4 e le piastrine a 1», aveva spiegato.
Dopo due biopsie del midollo osseo, però, era arrivata una diagnosi diversa: anemia aplastica grave, una rara malattia del sangue.
La giovane aveva spiegato che, pur non essendo tecnicamente un tumore, la patologia appartiene alla famiglia delle malattie del sangue e viene trattata con terapie utilizzate anche in ambito oncologico.
Secondo quanto le avevano riferito i suoi ematologi/oncologi, Amanda aveva avuto recentemente un virus di cui non era a conoscenza. Quel passaggio avrebbe provocato una reazione anomala del sistema immunitario, che aveva iniziato a distruggere il midollo osseo.
Ad agosto la speranza dopo la terapia
Nonostante la gravità della situazione, ad agosto Amanda aveva condiviso un aggiornamento che sembrava aprire uno spiraglio.
Il 14 agosto aveva annunciato di aver completato la terapia immunosoppressiva. L’obiettivo, aveva spiegato, era attendere che il suo organismo riuscisse a riparare il sistema immunitario e a rigenerare il midollo osseo.
La pallavolista era persino fiduciosa di poter tornare a casa poco dopo per iniziare la fisioterapia e affrontare il percorso di recupero.
«Dovrei poter tornare a casa entro la fine della prossima settimana e iniziare la fisioterapia e il resto del mio percorso di guarigione!», aveva scritto.
Poi, poco più di un mese dopo, è arrivata la notizia della sua morte.
Il dolore della squadra e di chi l’aveva allenata
La scomparsa della 20enne ha provocato numerosi messaggi di cordoglio da parte di persone che l’avevano conosciuta soprattutto attraverso la pallavolo.
Tra i commenti pubblicati sui social c’è chi ha ricordato Amanda come un’atleta straordinaria e una persona ancora migliore, sottolineando il suo esempio anche per gli allenatori.
Un’altra persona ha ricordato di aver iniziato ad allenarla quando aveva appena 11 anni, raccontando quanto amasse la pallavolo.
«Amava il gioco con tutto il cuore», è il ricordo condiviso dopo la sua morte.
Un altro messaggio ha sintetizzato il ricordo lasciato dalla giovane atleta: «Ogni interazione che ho avuto con lei nell’ambito della pallavolo è stata solo positiva».
La squadra di Holy Cross ha voluto invece ricordarla promettendo di portarla nel cuore e di giocare per onorare la sua memoria.
Il trasferimento a Holy Cross e i riconoscimenti
Amanda Mack si era trasferita a Holy Cross a maggio, entrando nel programma di pallavolo femminile dell’università.
Prima del passaggio a Holy Cross aveva costruito un percorso importante a livello giovanile. Secondo la biografia pubblicata dall’università, era stata due volte MVP Under Armour Next e due volte MVP distrettuale.
Nel 2022 era inoltre stata candidata al premio di Giocatrice sportiva dell’anno delle scuole superiori di USA Today.
Un percorso sportivo che si è interrotto troppo presto, a soli 20 anni, dopo appena tre mesi dalla diagnosi di quella rara malattia del sangue.

