Andrea Sempio teme il processo
«Oggi io non sto vivendo». Andrea Sempio racconta la paura, le giornate trascorse tra casa, avvocati e consulenti e il timore che l’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi possa trasformarsi in un processo. Ma quando il discorso si sposta su Alberto Stasi, l’uomo condannato in via definitiva a 16 anni per quel delitto, non ha dubbi: «Secondo me la condanna è giusta».
È forse il passaggio più significativo dell’intervista concessa a Porta a Porta. Perché arriva proprio mentre l’inchiesta di Pavia che vede Sempio accusato dell’omicidio sta producendo nuovi elementi anche sulla vecchia indagine e sulla posizione dello stesso Stasi.
Sempio, però, tiene separate le due cose: sostiene di essere innocente, contesta gli elementi raccolti contro di lui, ma non ritiene che per dimostrare la propria estraneità sia necessario considerare Stasi vittima di un errore giudiziario.
«Oggi non sto vivendo, ho paura»
La seconda chiusura delle indagini della Procura di Pavia ha avvicinato ulteriormente Sempio alla possibilità di una richiesta di rinvio a giudizio. È in questo momento che il 38enne descrive una quotidianità ormai assorbita completamente dal caso Garlasco.
«Si vive a fatica», racconta. Le sue giornate, spiega, trascorrono chiuso in camera, nello studio dell’avvocato oppure fuori per incontrare i consulenti della difesa.
E ammette anche ciò che fino a qualche tempo fa poteva sembrare più lontano: il pensiero del carcere esiste.
La sua speranza è che tutto possa chiudersi prima di un dibattimento, già in udienza preliminare. Ma sa che, qualora la Procura chiedesse e ottenesse il processo, dovrebbe affrontare una nuova e ancora più delicata fase giudiziaria.
«Il 42 non mi entra»: la risposta sulla scarpa
Sempio entra poi nel merito degli elementi sui quali si concentra l’accusa.
Uno riguarda la nota impronta 33, la traccia palmare rinvenuta sul muro delle scale che conducono alla cantina della villetta dei Poggi. La sua posizione resta netta: secondo lui quella traccia non sarebbe attribuibile con certezza né a lui né ad altre persone.
C’è poi il capitolo della scarpa. Gli ultimi accertamenti hanno indicato come compatibili con le misure del piede di Sempio le dimensioni di una Frau taglia 42. Lui replica partendo da un dato molto concreto: sostiene di aver sempre portato il 44.
«Il 42 proprio non mi sta», ha ribadito. Dice di averlo anche provato e aggiunge che persino le vecchie scarpe ancora conservate in casa sono numero 44.
Poi la frase su Alberto Stasi: «La condanna è giusta»
È quando gli viene chiesto di Stasi che l’intervista cambia prospettiva.
Alla domanda se la condanna dell’ex fidanzato di Chiara Poggi sia stata un errore, Sempio risponde di no.
«Secondo me la condanna è giusta».
Non condivide, dunque, la ricostruzione secondo cui Stasi sarebbe stato condannato ingiustamente. Spiega che alcune delle argomentazioni utilizzate oggi per sostenere una lettura alternativa del delitto non lo convincono e che considera ancora più logiche alcune delle spiegazioni date all’epoca.
Una posizione che acquista un peso particolare nel momento attuale. Non perché la condanna di Stasi sia stata cancellata – resta definitiva – ma perché proprio dalle nuove indagini stanno emergendo documenti e accertamenti del 2007 che la sua difesa sta valutando in vista di una possibile istanza di revisione.
I due test negativi sui pedali che non finirono nel fascicolo
Uno dei capitoli più delicati riguarda infatti la bicicletta Umberto Dei di Stasi.
Le nuove verifiche sui dati grezzi hanno confermato l’esistenza di due corse elettroforetiche del 20 settembre 2007 sul campione prelevato dai pedali che diedero esito negativo. Sono controanalisi successive all’accertamento che aveva indicato la presenza del Dna di Chiara.
Secondo quanto comunicato dalla Procura di Pavia, i consulenti hanno confermato l’esistenza di quei risultati negativi e hanno ritenuto che la discordanza avrebbe meritato all’epoca un approfondimento, che dalle nuove indagini non risulta essere stato effettuato.
Quei dati, inoltre, non risultano presenti nel fascicolo processuale di Stasi. È uno degli aspetti più sensibili emersi dalla nuova massa documentale e uno di quelli sui quali la difesa dell’ex bocconiano sta lavorando.
Non solo i pedali: la valutazione psicologica e i reperti distrutti
L’attenzione degli inquirenti si è estesa anche ad altro materiale della prima indagine.
Tra gli atti acquisiti compare una valutazione psicologica relativa a Stasi che non sarebbe confluita nel fascicolo del procedimento dell’epoca.
C’è poi il tema della conservazione dei reperti: i prelievi effettuati sull’intonaco in corrispondenza dell’impronta 33 e alcuni frammenti delle unghie di Chiara furono distrutti nel 2016. Secondo un’annotazione dell’attuale comandante del Ris Matteo Donghi, tuttavia, la distruzione sarebbe avvenuta seguendo una procedura regolare.
Sono capitoli differenti, che non possono essere automaticamente trasformati nella prova di un errore giudiziario, ma che spiegano perché oggi venga riesaminato anche come furono gestiti alcuni passaggi dell’indagine originaria.
Le vecchie comunicazioni del Ris finite sotto la lente
Tra il materiale riletto compaiono anche comunicazioni interne risalenti agli anni successivi al delitto.
Nel 2008, durante gli accertamenti sulle impronte di scarpa, l’allora comandante del Ris Luciano Garofano scriveva a un sottoposto auspicando che il capitano Mattei potesse approfondire «l’unicità del disegno» e adombrare, «con tutte le cautele del caso», una possibile misura.
Mattei avrebbe poi indicato le tracce come compatibili con la taglia di Stasi proprio a causa della loro incompletezza.
In un’altra comunicazione Garofano utilizzava toni durissimi nei confronti delle considerazioni del consulente della difesa Francesco Maria Avato, parlando della necessità di una trattazione sulle macchie di sangue che permettesse di «ridicolizzare» quelle che definiva «baggianate».
Parole che, rilette oggi fuori dal contesto operativo dell’epoca, richiedono comunque prudenza, ma che sono entrate nel materiale nuovamente esaminato dagli investigatori.
Il diniego del Ris alla richiesta degli atti della difesa Stasi
C’è inoltre un altro passaggio che risale al 2018.
Dopo le richieste dei legali di Stasi di ottenere copia di atti e documentazione, l’allora comandante del Ris Giampietro Lago si rivolse all’Ufficio legislazione del Comando generale dell’Arma per avere un parere sulla correttezza della posizione negativa assunta dal reparto.
La questione veniva considerata rilevante anche per le possibili conseguenze legali e per gli effetti che avrebbe potuto avere sull’intera struttura delle investigazioni scientifiche.
Da Roma vennero richiamate anche le facoltà riconosciute ai difensori e la possibilità di un ricorso davanti al giudice amministrativo, sottolineando l’esigenza di motivare adeguatamente un eventuale diniego.
Sono documenti che oggi assumono un significato nuovo proprio perché vengono letti insieme a quanto emerso sui dati dei pedali e sugli altri atti dell’indagine originaria.
Due fronti destinati a incrociarsi ancora
Da una parte, dunque, Sempio sostiene di essere innocente e ritiene che gli elementi raccolti contro di lui non siano sufficienti per arrivare a una condanna. Dall’altra, non crede che la risposta debba essere cercata nell’innocenza di Stasi.
È questa la contraddizione solo apparente che rende particolarmente significativa la sua uscita televisiva: «Io non ho ucciso Chiara», è in sostanza la sua posizione, ma neppure «Stasi è stato condannato per errore».
Nel frattempo, la difesa di Stasi, con gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, continua a raccogliere e analizzare il nuovo materiale anche in vista di una possibile richiesta di revisione.
E il prossimo snodo potrebbe essere decisivo per Sempio: dopo la seconda chiusura delle indagini, la Procura si avvia verso la valutazione della richiesta di processo.

