Il papà di Antonella Di IelsiIl papà di Antonella Di Ielsi

La presa di posizione di Salvatore Di Ielsi sul caso di Pietracatella

«Perché è successo? Magari per una schifezza. Per una donna si deve arrivare a questo?». Le parole di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara Di Vita, riportano al centro dell’attenzione il dramma di Pietracatella e soprattutto i tanti interrogativi ancora senza risposta sulla morte per avvelenamento da ricina della 42enne e della figlia di 15 anni, avvenuta alla fine di dicembre 2025.

A distanza di mesi, infatti, l’inchiesta non ha ancora individuato un responsabile. La Procura di Larino procede per duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico, contro ignoti. E mentre gli accertamenti proseguono, la procuratrice Elvira Antonelli chiarisce che una delle ipotesi prese in considerazione, quella di un’assunzione accidentale della ricina, viene ritenuta «francamente» poco probabile.

Il padre di Antonella: «Non è possibile che abbia fatto tutto da solo»

Intervistato da La Vita in Diretta e Dentro la Notizia, Salvatore Di Ielsi ha lasciato emergere anche la sua convinzione che dietro la tragedia possano esserci questioni personali rimaste a lungo irrisolte.

Parlando del rapporto tra la figlia Antonella e il marito Gianni Di Vita, l’uomo ha raccontato di aver saputo di problemi che, a suo dire, si sarebbero trascinati da anni.

«La moglie avrebbe dovuto cantargliele, per quello che ho saputo io, da parecchi anni a lui», ha affermato.

Il padre della vittima ha poi raccontato i dubbi maturati fin dall’inizio dell’inchiesta sul possibile coinvolgimento del genero, senza però formulare accuse definitive. «Non è possibile che abbia fatto tutto da solo, sapendo quello che c’era intorno», ha detto, definendo Gianni Di Vita con un’espressione che sintetizza il suo giudizio personale: «Il bravo fesso».

Parole che vanno collocate nel perimetro delle dichiarazioni di un familiare e che non costituiscono un’accusa giudiziaria nei confronti di Gianni Di Vita, che allo stato non risulta indagato.

La Procura: «L’accidentalità è la pista più improbabile»

Sul fronte investigativo, la procuratrice di Larino Elvira Antonelli ha fornito una precisazione importante sul lavoro degli inquirenti.

«Stiamo raccogliendo tutti gli elementi di rilievo su tutte le piste possibili», ha spiegato a LaPresse. Poi la valutazione più netta: «Quella della accidentalità è, francamente, la più improbabile».

La Procura, dunque, non esclude formalmente nessuno scenario, ma attribuisce un peso molto diverso alle varie ipotesi sulla base degli elementi raccolti nell’indagine.

Il fascicolo, aperto all’inizio di aprile, resta quello per duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico a carico di ignoti. Al momento non risultano persone formalmente indagate come responsabili delle due morti.

È una distinzione fondamentale: l’accertamento medico-scientifico ha stabilito che madre e figlia sono morte per intossicazione acuta da ricina, ma non ha ancora chiarito chi abbia provocato l’esposizione né attraverso quale modalità.

La ricina e il mistero sui tempi dell’avvelenamento

Uno dei nodi dell’inchiesta riguarda proprio il tempo trascorso tra l’eventuale assunzione della tossina e la comparsa dei sintomi.

Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, e la medico legale Benedetta Pia De Luca, che ha eseguito le autopsie, hanno stabilito l’intossicazione da ricina, senza poter determinare attraverso gli accertamenti medico-scientifici se l’esposizione sia stata accidentale o provocata da terzi.

Su questo aspetto è intervenuto anche Vittorino Facciolla, legale di Gianni e Alice Di Vita, parti offese nel procedimento.

L’avvocato ha sottolineato la difficoltà di stabilire con certezza quale sia il tempo di manifestazione dei sintomi rispetto all’assunzione della ricina, richiamando la limitata disponibilità di studi scientifici in grado di fornire una finestra temporale precisa.

La cena del 23 dicembre resta uno dei punti da chiarire

Tra gli elementi esaminati dagli investigatori c’è anche la cena del 23 dicembre nell’abitazione di Pietracatella.

Quella sera erano presenti Gianni Di Vita, Antonella e la figlia Sara. Alice, la figlia maggiore, invece, era fuori casa.

Secondo la ricostruzione richiamata dall’avvocato Facciolla, i primi sintomi sarebbero comparsi la mattina di Natale: intorno alle 9 per Sara e verso mezzogiorno per Antonella.

Il tempo trascorso dalla cena alla comparsa dei sintomi diventa quindi un elemento da interpretare alla luce degli studi disponibili sulla tossina.

«A distanza di 36 e 40 ore», ha osservato il legale, evidenziando una tempistica che a suo giudizio pone interrogativi rispetto ad alcune ricostruzioni iniziali. La stessa letteratura scientifica, tuttavia, contempla anche tempi di manifestazione più lunghi.

Ed è proprio questa incertezza a impedire, al momento, una ricostruzione definitiva.

L’ipotesi delle esposizioni multiple

Da qui nasce un’altra domanda destinata a essere approfondita dagli investigatori: Antonella e Sara potrebbero essere state esposte alla ricina più di una volta?

Facciolla non esclude questa possibilità.

Alla domanda sulla possibilità di due, tre o anche più esposizioni alla sostanza, il legale ha risposto: «Assolutamente sì».

Si tratta però di un’ipotesi della difesa e non di un fatto accertato dall’inchiesta. Per capire se possa avere un fondamento concreto sarà necessario mettere in relazione i risultati tossicologici, la cronologia dei sintomi, le abitudini delle vittime e tutti gli elementi raccolti dagli investigatori.

Un’inchiesta ancora senza un nome nel registro degli indagati

Il caso di Pietracatella rimane quindi sospeso tra alcune certezze e molti interrogativi.

La certezza scientifica è che Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte per intossicazione acuta da ricina. Non è invece ancora stato stabilito in quale modo la sostanza sia entrata nei loro organismi, quando sia avvenuta l’esposizione e soprattutto se dietro l’avvelenamento ci sia stata un’azione deliberata.

La Procura di Larino sta lavorando proprio su questo secondo livello dell’inchiesta e, pur mantenendo aperta la possibilità dell’accidentalità, la considera al momento lo scenario meno probabile.

Le parole del padre di Antonella aggiungono ora un ulteriore elemento al quadro, quello dei rapporti familiari e delle possibili tensioni all’interno della coppia. Ma saranno gli accertamenti investigativi e scientifici, e non le indiscrezioni o le dichiarazioni dei familiari, a dover stabilire cosa sia realmente accaduto a Pietracatella.

A quasi un anno dalla tragedia, la domanda centrale resta ancora senza risposta: chi ha esposto Antonella e Sara alla ricina e attraverso quale veicolo è entrata nei loro organismi?

Di Redazione

Produzione giornalistica, approfondimenti, esclusive e lanci di agenzia a cura della Redazione Centrale di Notizie Audaci. Testata giornalistica registrata al Tribunale di Salerno, N. 373 del 17/01/2019, inclusa nel feed ufficiale di Google News e diretta dal Direttore Responsabile Giuseppe D’Alto, giornalista professionista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *