La Procura di Verona ha aperto un secondo fascicolo per omicidio colposo plurimo in concorso dopo la morte di Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello
Non soltanto la responsabilità dei fratelli Ramponi, già a processo per strage. Sulla tragedia di Castel d’Azzano, dove il 14 ottobre 2025 l’esplosione di un casolare provocò la morte di tre carabinieri e il ferimento di altri 25 operatori, si apre un nuovo fronte giudiziario. La Procura di Verona ha avviato una seconda inchiesta per omicidio colposo plurimo in concorso che coinvolge tre ufficiali dell’Arma incaricati di organizzare e gestire l’intervento.
Al centro degli accertamenti ci sono le modalità con cui venne pianificato il blitz, la conduzione dell’operazione e, soprattutto, la decisione di non interromperla quando sarebbe emerso il pericolo di un’esplosione. Si tratta di ipotesi investigative che dovranno essere verificate: nessuna responsabilità è stata finora accertata.
I tre comandanti indagati e i dubbi sulla gestione del blitz
Il nuovo fascicolo riguarda Vincenzo Spataro, comandante della Compagnia di Villafranca, Antonio Sframeli, all’epoca comandante del Reparto operativo, e Claudio Papagno, comandante provinciale di Verona.
I tre ufficiali devono rispondere dell’ipotesi di omicidio colposo plurimo in concorso. Gli investigatori intendono chiarire se nella preparazione e nell’esecuzione dell’intervento siano state commesse negligenze e se, davanti ai segnali di un possibile rischio di deflagrazione, fosse necessario fermare l’operazione.
A chiedere che venissero approfondite eventuali responsabilità nella gestione del blitz erano stati anche i familiari di Marco Piffari, che nei mesi scorsi avevano presentato un esposto alla Procura. La loro convinzione è che la morte dei tre militari potesse essere evitata.
Un ulteriore procedimento disciplinare a carico degli stessi ufficiali era stato avviato dalla Procura generale di Venezia, proprio per fare luce su eventuali errori nell’organizzazione dell’intervento.
Il procedimento disciplinare rinviato al 15 gennaio
La nuova inchiesta giudiziaria ha avuto un riflesso immediato anche sul procedimento disciplinare. Nel corso della prima udienza davanti alla Commissione di disciplina, celebrata questa mattina a Venezia, i difensori dei tre ufficiali hanno chiesto di sospendere il procedimento dopo aver appreso dell’apertura del secondo fascicolo della Procura veronese.
All’istanza si sono opposti la procuratrice generale Paola Tonini e l’avvocato generale Nicola Proto. Il presidente del collegio si è riservato di decidere sulla richiesta nella prossima udienza. Il procedimento è stato quindi rinviato al 15 gennaio.
I fratelli Ramponi a processo per strage: cosa accadde nella cascina
Parallelamente prosegue il processo davanti alla Corte d’Assise di Verona a carico di Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi, accusati di aver provocato volontariamente l’esplosione del casolare di loro proprietà.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la struttura era stata saturata di gas e riempita di bombole e bottiglie molotov. I carabinieri erano entrati nell’edificio per eseguire una perquisizione, prima dell’operazione di sfratto, con l’obiettivo di verificare la presenza di eventuale materiale esplosivo.
La deflagrazione, stando all’ipotesi accusatoria, sarebbe stata innescata da Maria Luisa Ramponi, che avrebbe lanciato un accendino sul pavimento cosparso di benzina. Il crollo delle mura travolse gli operatori presenti, provocando la morte dei carabinieri Marco Piffari, 56 anni, Valerio Daprà, 56 anni, e Davide Bernardello, 36 anni. Altri 25 componenti della task force, tra militari e vigili del fuoco, rimasero feriti.
La vicenda aveva avuto precedenti anche negli anni prima dell’esplosione. Dal 2021, secondo quanto ricostruito, i fratelli Ramponi avrebbero più volte cercato di impedire lo sfratto, barricandosi sul tetto della cascina, minacciando di farla saltare in aria o compiendo gesti autolesionistici. I difensori di Franco e Dino avevano chiesto una perizia psichiatrica, richiesta che per il momento è stata respinta dai giudici.
«Non ha funzionato nulla»: la richiesta dei familiari di Piffari
Nel corso della prima udienza del processo per strage, l’avvocato Davide Adami, legale del fratello di Marco Piffari, ha richiamato l’attenzione anche sulle possibili responsabilità nella gestione dell’operazione.
«Il mio assistito è convinto della responsabilità degli indagati, ma ciò non toglie che in questa storia non abbia funzionato nulla», ha dichiarato il legale. Adami ha aggiunto di ritenere possibile dimostrare la condotta «ponderata, lucida e deliberata» dei fratelli Ramponi, ma ha anche auspicato che durante il processo emergano «le altre responsabilità».
Il prossimo 18 novembre è previsto il ritorno in aula per l’audizione dei primi testimoni. Tra le persone che avrebbero dovuto essere ascoltate figurava anche il comandante Spataro: l’apertura della nuova inchiesta potrebbe ora incidere sulle modalità della sua audizione.
La tragedia di Castel d’Azzano si trova così al centro di due distinti percorsi giudiziari: da una parte il processo per strage ai fratelli Ramponi, dall’altra l’inchiesta che punta a verificare se la gestione dell’intervento abbia presentato errori o omissioni. Un passaggio decisivo per fare piena luce su quanto accadde quella notte e sulle circostanze che portarono alla morte di tre carabinieri.

