Catherine BirminghamCatherine Birmingham

La casa famiglia ha davvero impedito a Catherine Birmingham di vedere i figli?

“Nessuno ha mai impedito alla madre di raggiungere i propri figli”. È una replica secca, quasi indignata, quella diffusa dalla dirigenza della struttura che ospita i bambini della cosiddetta “famiglia del bosco”. Al centro della polemica c’è Catherine Birmingham, la madre che nei giorni scorsi, in lacrime, aveva raccontato di non poter raggiungere i figli al piano terra, soprattutto di notte.

Secondo la donna, quella porta – simbolica prima ancora che fisica – sarebbe diventata la causa del dolore suo e dei minori, lontani da quasi tre mesi dal loro casolare immerso nel bosco.

Ma la fondazione che gestisce la casa di accoglienza respinge punto per punto la narrazione circolata negli ultimi giorni.


La porta era chiusa di notte? La versione della struttura

“La madre non ha mai trovato la porta chiusa dal lato a lei accessibile”, si legge nel comunicato. E ancora: “Non le è mai stato impedito dal personale di raggiungere i figli in qualsiasi momento, anche nelle ore notturne”.

Anzi, secondo la struttura, sarebbe accaduto più volte che Catherine scendesse al piano terra per dormire con i bambini o che li portasse nel proprio appartamento al secondo piano.

Un dettaglio tecnico viene evidenziato con forza: la porta in questione è dotata di maniglione antipanico, quindi apribile dall’interno della scala e “impossibile da chiudere a chiave”. Non si tratterebbe, precisano, della porta delle camere dei minori, né sarebbe mai stata utilizzata per “chiudere a chiave i bambini la notte”, come riportato da alcune ricostruzioni giornalistiche definite “irresponsabili”.


Perché la porta è stata chiusa in un’occasione?

La fondazione ammette che in un solo episodio la porta sia stata chiusa, ma per ragioni di sicurezza. I tre bambini, eludendo la supervisione educativa, avrebbero iniziato a salire ai piani superiori, dove si trovano scale, finestre, terrazze e locali non destinati ai minori, nel tentativo di raggiungere la madre.

Una misura temporanea, dunque, “a tutela dell’incolumità fisica dei bambini”, secondo la struttura.

Il punto è delicato: sicurezza o separazione forzata? Protezione o barriera emotiva? La linea è sottile, e il conflitto narrativo resta aperto.


Il caso del presunto “41 bis” e la smentita sulla ex dipendente

Nel comunicato viene smentita anche un’altra accusa: quella lanciata in televisione da una donna presentata come ex operatrice, che avrebbe parlato di condizioni simili a un “41 bis” per Catherine.

La fondazione chiarisce che l’ultimo rapporto contrattuale della signora risalirebbe al 2013 e che da allora non avrebbe più avuto alcun rapporto con la struttura, né come lavoratrice né come visitatrice.

Una puntualizzazione che punta a smontare l’immagine di un regime detentivo, evocata con parole forti e mediaticamente esplosive.


Una settimana decisiva davanti agli psicologi del tribunale

Intanto la vicenda entra in una fase cruciale. La coppia anglo-australiana sarà nuovamente ascoltata dagli psicologi incaricati dal tribunale per l’ultima seduta valutativa. L’incontro precedente era stato interrotto per lo stato di fragilità emotiva di Catherine.

Qui si gioca la partita vera: non quella delle dichiarazioni, ma quella delle relazioni peritali. Saranno gli esperti a valutare il quadro familiare, il benessere dei minori, l’idoneità genitoriale e le eventuali prospettive di ricongiungimento.


“Famiglia del bosco”: simbolo o cortocircuito mediatico?

Il caso ha assunto una dimensione quasi simbolica. Da una parte l’immagine romantica del “casolare nel bosco”, dall’altra le regole, le relazioni tecniche, i protocolli educativi.

Nel mezzo, tre bambini e una madre che parla di dolore. E una struttura che replica con fermezza, rifiutando l’idea di aver chiuso porte, fisiche o emotive.

La verità, come spesso accade, non si consuma nei comunicati. Si costruisce nelle aule del tribunale, tra perizie, ascolti e valutazioni cliniche.

La porta – quella vera – forse non era chiusa. Ma quella del conflitto resta spalancata.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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