Sagia Hammoud e Youssef SiherSagia Hammoud e Youssef Siher

Mediatrice interculturale di 32 anni, nata e cresciuta a Como, è indagata dalla Procura di Milano

È mediatrice interculturale, ha 32 anni, è nata e cresciuta a Como e si definisce libanese, palestinese e araba. Sagia Hammoud è la moglie di Youssef Siher, il ricercatore fermato a Milano con l’accusa di terrorismo. Anche lei è finita sotto indagine nell’inchiesta della Procura milanese, che le contesta l’ipotesi di istigazione a delinquere.

Il suo nome è legato all’attivismo per la causa palestinese e alla presenza online del “Movimento 17 ottobre”, il gruppo nato dopo le devastazioni che hanno colpito il centro di Milano. Secondo l’ipotesi investigativa, Hammoud e il marito avrebbero amministrato insieme la chat Telegram e la pagina social riconducibili al movimento. Si tratta di circostanze al vaglio degli inquirenti, non di responsabilità accertate con una sentenza.

Dalle origini a Como all’impegno per la Palestina

Nel profilo autobiografico pubblicato sul sito di un’associazione, Hammoud racconta la propria identità attraverso le radici familiari e il percorso personale. «Sono libanese, palestinese e araba di appartenenza», scrive, presentandosi come una donna legata alla cultura e alle vicende del Medio Oriente.

Tra i suoi interessi indica la Palestina, la lettura, la scrittura, la musica e le arti visive, dal collage alla pittura. Nella sua descrizione trovano spazio anche le forme di arte politica, intese come strumenti per esprimere idee e prendere posizione sui temi sociali.

Un altro concetto ricorrente nella sua biografia è quello di Umma, termine arabo che richiama la comunità. Hammoud lo collega al sostegno reciproco e all’interdipendenza tra le persone: «Ritengo il benessere comunitario essere un prerequisito per stare bene come persone singole», spiega.

Nel suo racconto personale rivendica inoltre il desiderio di dedicarsi alle attività che la fanno stare bene senza l’obbligo di eccellere o produrre risultati, insieme all’aspirazione a contribuire a una società «che non lasci nessuno indietro».

Le esperienze all’estero e le lingue

Nel percorso descritto online compaiono anche Valenciennes, Bruxelles e Beirut, città nelle quali afferma di aver vissuto esperienze importanti e di aver riscoperto aspetti della propria identità.

Gli spostamenti le avrebbero permesso di approfondire la conoscenza dell’inglese e del francese, che si aggiungono all’arabo e all’italiano, indicate come sue lingue madri. Un bagaglio linguistico coerente con il lavoro di mediatrice interculturale e con le diverse esperienze personali raccontate nella sua presentazione.

Secondo quanto riportato da fonti investigative citate dall’AGI, Hammoud è cittadina italiana, non ha precedenti penali ed è considerata dagli investigatori vicina alle posizioni del marito. Le stesse fonti la indicano come una figura di rilievo nell’ambiente dei Giovani Palestinesi di Milano.

Il post sulla morte di Ramy Elgaml

Tra i contenuti pubblicati in rete compare anche una riflessione sulla morte di Ramy Elgaml, il diciannovenne deceduto a Milano nella notte tra il 24 e il 25 novembre 2024, dopo un inseguimento dei carabinieri nel quartiere Corvetto.

In un testo scritto insieme al marito, la vicenda viene interpretata come il riflesso di un problema più ampio nei rapporti tra istituzioni e periferie. «L’uccisione di Ramy da parte dello Stato rappresenta la punta di un iceberg», si legge nel post, che chiama in causa la gestione delle periferie, la narrazione politica e mediatica e la criminalizzazione delle minoranze.

In un altro passaggio, il caso viene descritto come il simbolo di un sistema incapace di affrontare le proprie contraddizioni. Sono posizioni politiche espresse pubblicamente, che contribuiscono a delineare l’attivismo della donna, ma che vanno tenute distinte dalle contestazioni penali oggetto dell’inchiesta.

Il ruolo contestato nell’inchiesta sul “Movimento 17 ottobre”

Il punto centrale dell’indagine riguarda proprio l’attività attribuita alla coppia attorno al “Movimento 17 ottobre”. La Procura di Milano ipotizza che Hammoud abbia collaborato con Siher nella gestione degli spazi digitali del gruppo e la indaga per istigazione a delinquere.

Gli accertamenti dovranno chiarire quale sia stato il suo effettivo ruolo, quali contenuti siano stati condivisi e se sussistano gli elementi necessari a sostenere le ipotesi formulate dagli inquirenti.

L’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una condanna e non dimostra, da sola, la responsabilità per i fatti contestati. Saranno gli sviluppi dell’inchiesta e le eventuali decisioni giudiziarie a stabilire se le accuse troveranno conferma.

Di Redazione

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