«Ci facevamo forza a vicenda»
La notizia l’ha raggiunta mentre cercava ancora una risposta ai suoi messaggi. Feliciana aveva scritto a Valentina, poi aveva provato nuovamente a contattarla senza ricevere alcun riscontro. Una circostanza insolita per un’amica abituata a sentirla e a ricevere quasi subito una risposta anche dal marito Luca.
«L’avevo sentita venerdì scorso – racconta ancora profondamente scossa – poi le avevo mandato un messaggio sabato, ma non mi ha risposto. Mi è sembrato strano perché di solito sia lei che il marito ci rispondevano nel giro di pochi minuti». Poi un altro tentativo, mentre nel frattempo iniziavano a circolare le prime notizie sulla famiglia trovata senza vita in un’abitazione di Pietralata.
«Mi dava solo una spunta. Nel frattempo era uscita la notizia di una famiglia intera trovata morta in casa. Non ci volevo credere, ma appena ho visto le foto dell’abitazione ho capito tutto».
La tragedia ha coinvolto Valentina Pambianco, Luca Abbasciano e la loro figlia di 5 anni, Bianca, oltre al cane della famiglia. I tre sono stati trovati senza vita nell’abitazione di via dell’Antracite, nel quartiere Pietralata, dopo l’allarme lanciato da un familiare che da ore non riusciva a mettersi in contatto con loro.
L’amicizia nata dall’esperienza condivisa
Feliciana e suo marito avevano conosciuto Valentina e Luca inizialmente attraverso i social. Poi era arrivato l’incontro di persona, in Messico, dove entrambe le coppie erano arrivate alla ricerca di cure sperimentali non riconosciute in Italia.
Da quel momento il rapporto era diventato sempre più stretto. Nonostante la distanza, con una coppia a Roma e l’altra a Napoli, avevano iniziato a frequentarsi e soprattutto a sostenersi reciprocamente.
«Ci facevamo forza a vicenda e ci scambiavamo consigli e speranze per affrontare insieme le giornate più difficili», racconta Feliciana.
Un legame costruito anche intorno alla condizione della figlia di Valentina e Luca e alle difficoltà che una famiglia può incontrare quando deve affrontare quotidianamente una disabilità grave.
«Nessuno deve sentirsi solo quando c’è una disabilità in famiglia», ha scritto Feliciana in un lungo messaggio dedicato ai suoi amici dopo la tragedia.
Ed è proprio sulla solitudine e sul peso che può gravare sulle famiglie che si concentra anche l’intervento dell’Associazione Unitaria Psicologi Italiani (AUPI).
«Quando in una famiglia c’è un figlio con una disabilità grave, quella condizione entra inevitabilmente nella vita di tutti», sottolinea il segretario generale Ivan Iacob. «Ci sono la fatica quotidiana dell’assistenza, le preoccupazioni, le rinunce, ma anche un dolore che può cambiare nel tempo».
«Mi chiedo se ci fosse un segnale che non ho colto»
Feliciana torna più volte con il pensiero agli ultimi giorni. Non riesce a spiegarsi quanto accaduto e, come spesso accade davanti a una tragedia improvvisa, si interroga anche su ciò che avrebbe potuto fare.
«Ci sentiamo increduli e impotenti davanti a una tragedia così grande. Mi chiedo se c’è stato qualche segnale che non ho visto o non ho colto».
Gli investigatori stanno cercando di ricostruire proprio gli ultimi momenti della famiglia. Nell’abitazione sono stati trovati i corpi dei tre componenti della famiglia e quello del cane. Nell’appartamento è stata inoltre rinvenuta una Glock regolarmente detenuta da Luca Abbasciano.
Tra gli elementi acquisiti dagli investigatori ci sono anche diverse lettere lasciate dai genitori, con indicazioni e ultime volontà rivolte a familiari e amici. Gli accertamenti dovranno chiarire la successione dei fatti e il ruolo avuto da ciascuno.
«Non era una situazione di marginalità»
Un altro elemento emerso nelle ore successive alla tragedia riguarda il rapporto della famiglia con i servizi territoriali.
Massimiliano Umberti, presidente del IV Municipio di Roma, ha spiegato che la famiglia era conosciuta e seguita dai servizi sociali della zona, anche sotto il profilo economico.
«Persone per bene, che lottavano da anni. La mamma non si era mai rassegnata», ha detto Umberti, precisando che «non si tratta di una situazione di marginalità» e che, nonostante il sostegno garantito dall’amministrazione e dai servizi, «non è bastato».
Un passaggio che porta direttamente alla riflessione degli psicologi sulla necessità di sostenere non soltanto la persona con disabilità, ma l’intero nucleo familiare.
«Accanto alla persona con disabilità, dobbiamo imparare a vedere e sostenere anche la sua famiglia», afferma Iacob. Psicologi, medici, educatori e servizi, aggiunge, possono accompagnare i genitori nel percorso di cura e nella costruzione della migliore vita possibile per il figlio, ma «non possiamo pensare che tutto questo possa essere affidato soltanto alla capacità di resistenza delle famiglie».
Secondo l’AUPI, infatti, le risorse pubbliche esistono ma possono risultare «insufficienti, frammentate e circondate da una burocrazia estenuante», fatta di certificazioni, visite, rivalutazioni, domande e graduatorie.
Un sistema che, osserva Iacob, rischia paradossalmente di trasformare proprio gli strumenti pensati per alleggerire il peso dell’assistenza in un ulteriore fardello per famiglie già sottoposte a una pressione quotidiana molto forte.
Intanto, a Pietralata, resta il dolore per una tragedia che ha cancellato in poche ore un’intera famiglia. E resta soprattutto la domanda di chi conosceva Valentina e Luca: se ci fosse qualcosa che avrebbe potuto essere fatto prima, qualcosa che avrebbe potuto interrompere quella spirale di difficoltà, o un segnale che nessuno è riuscito a riconoscere in tempo.

