Il delitto all’istituto Einaudi-Chiodo e le parole che oggi pesano come un presagio
“Mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona”. È una frase che oggi suona come un presagio inquietante quella attribuita ad Atif Zouhair, il 18enne che ha accoltellato e ucciso Youssef Abanoub, 19 anni, all’interno dell’istituto tecnico Einaudi-Chiodo di La Spezia. Parole che, secondo diversi studenti, il ragazzo avrebbe pronunciato mesi prima davanti a un’insegnante, durante un esercizio in classe in cui si chiedeva agli alunni di raccontare un sogno.
Dopo l’omicidio, quella frase è tornata a circolare tra i corridoi della scuola e ora è al centro dell’attenzione degli inquirenti e del Ministero dell’Istruzione, che ha annunciato l’invio di ispettori per verificare eventuali sottovalutazioni o segnali ignorati.
Il padre dell’aggressore: “Chiedo scusa a un padre che ha perso suo figlio”
In un’intervista al Corriere della Sera, Boulkhir Atif, padre del giovane arrestato, ha rotto il silenzio con parole cariche di dolore e incredulità.
“Io sono padre e penso a un altro padre che ha perso suo figlio. Voglio chiedere scusa a lui, alle sorelle del ragazzo, a tutta la sua famiglia”, ha detto.
L’uomo, giardiniere, racconta una vita fatta di lavoro e sacrifici: “Lavoro dalla mattina alla sera. Mio figlio è qui dal 2015, non mi ha mai dato problemi. Non riesco ancora a capire cosa sia successo”. Una difesa istintiva, quella del padre, che descrive Atif come un ragazzo tranquillo, dedito allo studio e al lavoro, lontano da alcol e droghe.
Il coltello e i dubbi della famiglia: “Non l’ha preso in casa”
Sul punto centrale dell’arma del delitto, il padre è netto: “In casa non ci sono coltelli se non quelli per il pane. La polizia è venuta a cercare e non ha trovato nulla. Se lo aveva, non lo ha preso qui”. Un’affermazione che apre interrogativi su come il giovane si sia procurato la lama.
Secondo numerosi studenti, però, Atif girava spesso con coltelli in tasca. Voci che gli investigatori stanno verificando e che sembrano trovare riscontro in un precedente episodio: una presunta minaccia con una lama a un altro studente, che avrebbe portato anche a una sospensione.
La dinamica dell’aggressione: inseguimento e colpi ripetuti
Il delitto si è consumato intorno alle 11.45, al secondo piano dell’istituto. Atif avrebbe inseguito Abanoub nei corridoi, colpendolo una prima volta e continuando a corrergli dietro fino quasi all’ingresso di un’aula dove la vittima cercava rifugio.
Solo la presenza di insegnanti e studenti avrebbe interrotto l’aggressione. Atif, ancora con il coltello insanguinato in mano, si sarebbe poi diretto verso l’aula della fidanzata, prima di tornare indietro e consegnare spontaneamente l’arma, porgendola dal manico.
I testimoni parlano di un volto deformato da una risata inquietante, di uno stato di apparente impassibilità anche mentre un docente tentava di fermare l’emorragia della vittima.
Le frasi mai segnalate e l’ispezione del Ministero
A rendere il caso ancora più drammatico sono le testimonianze degli studenti: oltre alla frase sul “provare a uccidere qualcuno”, Atif avrebbe chiesto più volte che cosa succede in Italia a chi ammazza una persona. Dichiarazioni che, secondo i ragazzi, sarebbero state note anche ad alcuni docenti.
Ora il Ministero vuole capire se quei segnali siano stati sottovalutati. L’istituto Einaudi-Chiodo, descritto ufficialmente come un esempio di integrazione, si ritrova al centro di una riflessione dolorosa: quando un disagio diventa pericoloso e chi deve intercettarlo.

