La sentenza della Corte d’Assise di Novara, l’abbraccio con le figlie
La Corte d’Assise di Novara ha condannato all’ergastolo Stefano Emilio Garini, 62 anni, agente immobiliare milanese, ritenuto responsabile dell’omicidio della madre Liliana Anagni, 89 anni. La donna era scomparsa nel maggio 2022 e i suoi resti ossei erano stati rinvenuti mesi dopo lungo le rive del fiume Ticino, nel territorio di San Martino di Trecate, nel Novarese.
Garini, attualmente detenuto nel carcere di Ivrea, è stato riconosciuto colpevole di omicidio aggravato dal vincolo familiare, distruzione di cadavere, truffa, riciclaggio e falso in atto pubblico. I giudici hanno accolto quasi integralmente la richiesta del pubblico ministero Paolo Verri, escludendo soltanto l’aggravante della premeditazione. Dopo la pronuncia della sentenza ha abbracciato le due figlie, che credono alla sua innocenza, ed ha esclamato: “É un’ingiustizia”,
Il movente: incassare pensione e accompagnamento
Secondo la ricostruzione dell’accusa, il delitto sarebbe stato commesso per ragioni economiche. Fu anche organizzato un funerale senza il corpo della donna. Garini avrebbe ucciso la madre per continuare a percepire indebitamente la pensione e l’indennità di accompagnamento, appropriandosi di somme che non gli spettavano.
La Corte ha disposto anche la confisca di 27.300 euro, ritenuti frutto delle truffe ai danni dello Stato e del Comune di Milano, contestate all’imputato insieme ad altri reati finanziari. L’uomo ha sempre sostenuto che la morte della madre fosse avvenuta per cause naturali mentre passeggiavano insieme con il corpo finito in un torrente. “Fui preso dal panico”.
Il ritrovamento delle ossa lungo il Ticino
Il caso era rimasto avvolto nel mistero fino al 10 ottobre 2022, quando un cercatore di funghi si imbatté in alcuni resti umani nella zona di Bosco Marino, all’interno del Parco del Ticino, non lontano dal ponte che collega Piemonte e Lombardia.
Sul posto furono rinvenute vertebre, un frammento di mandibola e un femore. Un dettaglio inquietante: il cranio non è mai stato trovato, elemento che ha contribuito a rafforzare l’ipotesi di una distruzione deliberata del corpo.
La svolta grazie a una protesi
La svolta investigativa arrivò grazie a un particolare apparentemente marginale ma decisivo: su una vertebra era presente una protesi chirurgica, con marchio di fabbrica e numero di matricola perfettamente leggibili.
Attraverso quei codici, gli investigatori riuscirono a risalire con certezza all’identità della vittima: Liliana Anagni, madre dell’imputato, della quale il figlio aveva denunciato la scomparsa mesi prima.
L’ultima sera: la passeggiata nei boschi
Secondo quanto emerso nel corso del processo, la sera del 18 maggio 2022, fino alle ore 20 circa, Liliana Anagni era ancora viva. Poco dopo, il figlio l’avrebbe portata fuori casa in carrozzina, con la scusa di una passeggiata.
La destinazione sarebbe stata una zona isolata e impervia, nei pressi della Sorgente delle Tre Fontane, all’interno dei boschi del Ticino. Da quel momento, della donna non si ebbero più notizie.
Per l’accusa, quello fu l’ultimo tragitto della vittima.
Una sentenza che chiude un cold case familiare
Con la condanna all’ergastolo, la giustizia mette fine a uno dei casi più inquietanti degli ultimi anni, segnato da un omicidio domestico, dalla sparizione del corpo e da un movente legato al denaro.
Resta aperto un interrogativo simbolico e doloroso: che fine abbia fatto il cranio di Liliana Anagni, mai recuperato, e se l’imputato abbia davvero detto tutto su quanto accaduto quella sera nei boschi.

