Luca ProhLuca Proh

Luca Proh stroncato da un brutto male, giocava nella Juniores della PentaPiateda

«Ciao Luca, ci hai insegnato cosa vuol dire crederci per davvero e non arrendersi fino al fischio finale».
Non è solo una frase. È un testamento morale. A firmarlo sono lo staff e i compagni della Juniores U19 della PentaPiateda, la squadra che Luca Proh non ha mai davvero lasciato, nemmeno quando la malattia lo ha costretto a togliersi la maglia numero 2.

Luca se n’è andato domenica sera all’Hospice di Morbegno, nel reparto di Cure Palliative. Aveva 19 anni, viveva a Mossini, frazione di Sondrio, e aveva appena conquistato un traguardo importante: il diploma di maturità all’Itt Mattei nel 2025. Un futuro che stava iniziando a prendere forma, interrotto da una malattia incurabile affrontata con una maturità che ha spiazzato tutti.


Il calcio come linguaggio della vita

Il pallone era con lui da sempre.
Non un passatempo, ma un modo di stare al mondo. Difensore nella Juniores Under 19 della PentaPiateda, Luca incarnava il ruolo anche fuori dal campo: presenza silenziosa, affidabile, mai sopra le righe.

Poi, meno di due anni fa, i primi segnali. Un dolore strano, subdolo. Qualcosa che sembrava un normale acciacco da allenamento. Invece no. Da lì, un tempo nuovo, scandito da ricoveri, terapie aggressive, speranze fragili e referti sempre più duri.

Eppure Luca sapeva. E sperava.
Scriveva ai compagni, aggiornava le chat, rassicurava più lui gli altri che il contrario. Fino a poche settimane fa il suo sorriso aveva convinto molti che, in fondo, non fosse tutto perduto.


“Piccoli momenti di normalità”

«Veniva sempre a vederci quando giocavamo in casa», racconta commosso Andrea Ladiana, il suo allenatore.
«Scattava foto, curava i social dei compagni. A inizio stagione era venuto anche un giorno in ritiro a Livigno, poi era dovuto tornare indietro per la chemio. A dicembre avevamo festeggiato il suo compleanno, aveva portato la pizza per tutti. Piccole cose, ma fondamentali».

Frammenti di normalità che oggi pesano come macigni, ma che raccontano chi era Luca: uno che c’era, anche quando il corpo non reggeva più.


Quel gesto inspiegabile, poche ore prima di morire

Sabato la squadra gioca in casa, a Piateda, contro il Costamasnaga.
I ragazzi scendono in campo con una maglietta: “Sempre con noi Luca”. Lui non lo sa.

Nello stesso momento, a Morbegno, Luca chiede alla madre di aiutarlo ad alzarsi dal letto. Vuole avvicinarsi alla vetrata. Dice che vuole vedere i suoi compagni giocare. È impossibile, la distanza è troppa. Eppure, racconta l’allenatore, «è come se avesse sentito che in quel momento stavamo pensando a lui tutti insieme».

Poche ore dopo, il suo cuore si ferma.


L’ultimo saluto e una comunità spezzata

I funerali si sono svolti martedì 27 gennaio nella chiesa parrocchiale di Mossini.
Accanto ai genitori Davide e Nicoletta, al fratello minore Simone – anche lui calciatore della PentaPiateda – e ai nonni, c’era l’altra grande famiglia di Luca: la squadra, in divisa, composta e distrutta.

Il Sondriese intero si è fermato. Perché Luca Proh non è stato solo un ragazzo malato.
È stato una lezione vivente di dignità, di forza silenziosa, di amore per lo sport e per la vita.

Non ha vinto un trofeo.
Ma ha lasciato qualcosa che dura molto di più: l’esempio.

E quello, davvero, non smette al fischio finale.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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