Caso Domenico Caliendo, cosa contestano i pm di Napoli?
L’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, due anni e quattro mesi, si allarga e si fa più pesante: la Procura di Napoli ipotizza ora anche il reato di falso in concorso.
Nel mirino degli inquirenti finiscono due nomi già centrali nel fascicolo: il cardiochirurgo Guido Oppido, 54 anni, e la seconda operatrice Emma Bergonzoni, 32 anni. Entrambi erano già indagati per omicidio colposo in concorso insieme ad altri cinque sanitari dell’ospedale Monaldi.
Secondo i magistrati – il pm Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci – ci sarebbero state modifiche nella cartella clinica relative a un elemento chiave: gli orari dell’arrivo del cuore da Bolzano a Napoli.
Cartella clinica sotto accusa: cosa non torna nei tempi dell’intervento?
Il nodo è tecnico ma decisivo. L’accusa sostiene che nella documentazione sanitaria sarebbe stato fatto risultare che alcune fasi cruciali dell’intervento – come l’avvio della circolazione extracorporea e la preparazione alla cardioctomia – siano avvenute in coincidenza con l’arrivo dell’organo.
Una versione che, però, non coinciderebbe con altre evidenze raccolte dagli investigatori.
Secondo una testimone – un’infermiera ascoltata come persona informata sui fatti – alcune manovre sarebbero iniziate prima che il cuore arrivasse effettivamente in sala operatoria. Un dettaglio che, se confermato, aprirebbe interrogativi pesanti sulla gestione clinica dell’intervento.
Il punto critico: il “clampaggio” e gli orari che non coincidono
Tra gli elementi più delicati c’è il momento del clampaggio, una fase chirurgica determinante in cui l’aorta viene chiusa per consentire l’espianto del cuore.
Secondo quanto emerso, questo passaggio sarebbe stato registrato alle 14:18 del 23 dicembre 2025. Tuttavia, una comunicazione relativa all’arrivo dell’equipe con l’organo sarebbe partita alle 14:22.
Quattro minuti che, in un contesto ordinario, potrebbero sembrare irrilevanti. Ma in sala operatoria, e soprattutto in un trapianto, rappresentano una frattura temporale difficilmente spiegabile.
I sequestri: foto, video e un cellulare al centro dell’inchiesta
L’indagine si muove anche sul piano tecnologico. I carabinieri del Nas hanno sequestrato un cellulare appartenente a un’infermiera non indagata, sul quale sarebbero presenti foto, video e forse audio registrati durante l’intervento del 23 dicembre.
Materiale ritenuto potenzialmente decisivo per ricostruire in modo oggettivo la sequenza delle operazioni.
Per il 26 marzo è prevista la copia forense del dispositivo, passaggio tecnico che potrebbe fornire riscontri concreti alle ipotesi investigative.
Le misure richieste e gli interrogatori fissati
Per Oppido e Bergonzoni la Procura ha chiesto al Gip una misura interdittiva: la sospensione dall’esercizio della professione.
Entrambi saranno sottoposti a interrogatorio preventivo il prossimo 31 marzo. Un momento chiave dell’inchiesta, in cui i due medici potranno fornire la propria versione dei fatti davanti al giudice.
Il racconto della madre e la nascita della Fondazione
Nelle stesse ore è stata ascoltata in Procura anche la madre del piccolo Domenico, come persona informata sui fatti. Ha ripercorso l’intero iter clinico del figlio, fino all’esito tragico del 21 febbraio.
Un dolore che si trasforma anche in iniziativa: la famiglia ha deciso di costituire una fondazione dedicata al bambino, con l’obiettivo di offrire assistenza legale e supporto psicologico ad altre famiglie coinvolte in vicende simili.
I legali di Oppido: ‘Dimostreremo l’insussistenza dell’ipotesi di falso’
Il cardiochirurgo Guido Oppido si presenterà a rendere l’interrogatorio preventivo davanti al gip il prossimo 31 marzo “al fine di offrire ogni utile contributo alla corretta ricostruzione degli accadimenti e al fine di dimostrare l’insussistenza dell’ipotesi di falso avanzata dalla Procura e, più in generale, la correttezza del proprio operato”. Così gli avvocati Alfredo Sorge e Vittorio Manes, difensori di Guido Oppido, medico che ha eseguito il trapianto di cuore sul piccolo
I legali evidenziano “che la ricostruzione accusatoria risulta basata non già sulla base di circostanze e risultanze oggettive, bensì sui ricordi di alcuni dei componenti del personale sanitario presenti in sala, dati e tempistiche che dovranno essere attentamente verificati – anche alla luce di prove oggettive e scientifiche – nella loro affidabilità, considerato altresì che le dichiarazioni sono state rese dopo mesi dall’accaduto, e che le divergenze temporali riferite risultano, peraltro, di modestissima entità (pochi minuti)”.
Un’inchiesta che può cambiare il quadro
Il caso Monaldi non è più soltanto una verifica su un intervento complesso finito male. È diventato un fascicolo che intreccia responsabilità mediche, gestione dei tempi operatori e – ora – l’ipotesi di alterazione documentale.
Se le accuse venissero confermate, il procedimento potrebbe assumere un peso ancora più rilevante, non solo sul piano penale ma anche su quello della fiducia nel sistema sanitario.
Per ora restano indagini, verifiche e versioni contrapposte. Ma una cosa è certa: il caso Caliendo è entrato in una fase decisiva.

