Il minorenne ha ammesso le coltellate mortali al 35enne maliano
Ha confessato di essere stato lui a colpire mortalmente Bakari Sako, il bracciante maliano di 35 anni ucciso all’alba del 9 maggio nella città vecchia di Taranto. Ma davanti al giudice il quindicenne avrebbe cercato di giustificare quel gesto parlando di “paura” per l’incolumità dei suoi amici.
È uno dei passaggi più pesanti emersi durante l’udienza davanti alla gip del tribunale per i minorenni di Taranto, dove i quattro ragazzi coinvolti nella vicenda hanno scelto una strategia precisa: prima il silenzio davanti alle domande, poi dichiarazioni spontanee per fissare la propria versione dei fatti.
Una ricostruzione che però continua a scuotere la città, anche per alcuni dettagli emersi sugli ultimi minuti di vita della vittima.
La confessione del 15enne: “Sono profondamente dispiaciuto”
Secondo quanto trapela dai verbali, il quindicenne accusato dell’omicidio avrebbe ammesso di aver sferrato le coltellate mortali al torace e all’addome di Bakari Sako.
Davanti alla giudice Paola Morelli il ragazzo si sarebbe detto “profondamente dispiaciuto”, sostenendo però di aver agito nel timore che potesse accadere qualcosa ai suoi amici durante la colluttazione.
Insieme a lui risultano coinvolti un altro 15enne, due sedicenni e i maggiorenni Fabio Sale, 20 anni, e Cosimo Colucci, 22 anni. Per tutti l’accusa è di omicidio volontario in concorso.
La gip non ha convalidato i fermi, ma ha comunque disposto la custodia cautelare. Al momento non è stata contestata l’aggravante dei motivi futili.
Il sospetto del video e l’inseguimento fino al bar
Uno degli aspetti che stanno facendo più discutere riguarda il motivo che avrebbe fatto esplodere la violenza.
Secondo quanto raccontato dai ragazzi nelle dichiarazioni spontanee, tutto sarebbe iniziato dal sospetto che Bakari Sako li stesse filmando con il cellulare in piazza.
Da lì sarebbe nato un primo confronto degenerato rapidamente.
Secondo la ricostruzione, il 35enne avrebbe reagito a una spinta con un pugno e il gruppo avrebbe quindi iniziato a inseguirlo fino al Bar Fontana.
È lì che il 15enne avrebbe colpito Bakari con diverse coltellate.
“Sta fingendo”: cosa sarebbe successo dopo l’aggressione
Ma c’è un altro dettaglio emerso durante le indagini che sta alimentando rabbia e tensione in città.
Dopo essere entrato nel locale ferito gravemente, Bakari Sako si sarebbe accasciato sul pavimento. In quel momento uno dei giovani avrebbe detto agli amici che l’uomo stava fingendo un malore.
Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe poi trascinato il corpo all’esterno cercando di rianimarlo gettandogli acqua addosso e sollevandogli le gambe.
Per il 35enne, però, non c’era ormai più nulla da fare.
Il dolore della famiglia e le tensioni a Taranto
La morte di Bakari Sako ha riacceso il dibattito su violenza e razzismo a Taranto.
Il fratello della vittima, Souleymane, ha affidato ai social parole durissime: “Mio fratello era educato ed è stato ammazzato come un cane”.
Poi la domanda che sta attraversando la città: “L’avete ucciso perché era nero o africano?”
Nel frattempo il questore ha disposto la sospensione della licenza del Bar Fontana per 60 giorni, parlando di frequentazioni abituali di persone con precedenti penali e dell’efferatezza del delitto avvenuto nel locale.
Anche sul piano politico il caso ha provocato forti polemiche. Alcuni movimenti cittadini hanno contestato al sindaco di Taranto la mancata proclamazione del lutto cittadino e l’assenza durante il presidio contro razzismo e violenza organizzato dopo il delitto.
Una vicenda che continua a lasciare dietro di sé dolore, tensioni e interrogativi ancora aperti.

