Emanuel IannuzziEmanuel Iannuzzi

Dalle carte dell’inchiesta emergono nuovi dettagli: le due bambine avrebbero più volte segnalato il clima di paura vissuto in casa

Nuovi e inquietanti particolari emergono dall’inchiesta sulla morte della piccola Beatrice, la bambina di due anni deceduta lo scorso febbraio a Bordighera dopo quelle che gli inquirenti definiscono continue violenze e maltrattamenti. Al centro dell’ordinanza che ha portato in carcere Emanuela Aiello, 44 anni, ed Emanuel Iannuzzi, 42 anni, ci sono anche le testimonianze delle due sorelle maggiori della bambina, di 9 e 7 anni.

Secondo quanto riportato dal giudice per le indagini preliminari Massimiliano Botti, le due minori avrebbero tentato più volte di chiedere aiuto, parlando sia con la madre sia con i nonni materni del disagio e della sofferenza vissuti all’interno dell’ambiente familiare. Tentativi che, stando agli atti, sarebbero però rimasti senza conseguenze concrete.

Il giudice: “Racconti coerenti, logici e supportati dalle prove”

Nell’ordinanza di custodia cautelare il magistrato attribuisce particolare valore alle dichiarazioni delle due bambine.

Per il gip, infatti, le loro testimonianze risultano caratterizzate da un “racconto logico, lineare, coerente e circostanziato”, privo di finalità ritorsive nei confronti degli indagati. Un elemento che rafforza ulteriormente il peso delle accuse formulate dalla Procura.

Le due sorelle vengono ritenute credibili quando descrivono i maltrattamenti subiti personalmente e quelli inflitti alla piccola Beatrice. Le loro parole, sottolinea il giudice, trovano conferma in numerosi riscontri oggettivi raccolti nel corso delle indagini.

Nuovi messaggi choc dalle carte dell’inchiesta

Tra gli elementi che hanno colpito maggiormente gli investigatori ci sono alcuni messaggi vocali recuperati nel cellulare di Emanuel Iannuzzi. Secondo quanto riportato nell’ordinanza del gip Massimiliano Botti, l’uomo avrebbe rivolto parole inquietanti alla sorella maggiore di Beatrice.

Tra le frasi finite agli atti compare: “Speriamo che si sveglia tra sei mesi, sta m…”. In un altro messaggio, riferendosi a una fotografia della bambina, avrebbe aggiunto: “Che faccia da c… che c’ha tua sorella. Non la lanci dalla finestra?”.

Parole che gli inquirenti considerano particolarmente significative nella ricostruzione del contesto familiare in cui vivevano le tre sorelle.

Le sorelline tentarono di chiedere aiuto

Secondo il giudice, le due bambine di 9 e 7 anni avrebbero cercato più volte di parlare del loro malessere sia con la madre Emanuela Aiello sia con i nonni materni. Tentativi che, stando alle risultanze investigative, non avrebbero portato ad alcun intervento concreto.

Le testimonianze delle due sorelline, considerate dagli investigatori decisive, rappresentano uno dei pilastri dell’accusa. Proprio dai loro racconti emerge il tentativo, finora rimasto inascoltato, di segnalare a familiari adulti una situazione che, secondo gli inquirenti, si sarebbe trasformata in un lungo incubo culminato con la morte della piccola Beatrice.

Il profilo tracciato dagli inquirenti: “Indole crudele e votata alla sopraffazione”

Particolarmente duro il giudizio contenuto nelle carte giudiziarie nei confronti di Emanuel Iannuzzi.

Secondo il gip, l’uomo avrebbe manifestato una “indole crudele, votata alla sopraffazione violenta del prossimo”, mostrando comportamenti che avrebbero trovato espressione nelle presunte violenze contestate ai danni della piccola Beatrice.

Nell’ordinanza vengono richiamati gli ematomi documentati dagli investigatori e altri episodi che sarebbero avvenuti all’interno dell’abitazione, elementi che la Procura considera centrali per ricostruire quanto accaduto nei mesi precedenti alla morte della bambina.

Il precedente del maialino ucciso e ripreso con lo smartphone

Gli inquirenti richiamano anche un episodio risalente al 2019 che aveva già portato Iannuzzi al centro delle cronache.

L’uomo era stato arrestato dopo aver filmato con il proprio cellulare l’uccisione di un maialino. Secondo quanto emerso all’epoca, avrebbe registrato personalmente il gesto, conservando poi il video sullo smartphone.

Un precedente che viene richiamato nelle carte dell’inchiesta per descrivere la personalità dell’indagato e il quadro complessivo valutato dagli investigatori.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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