Mario RoggeroMario Roggero

di Alessandro Cantoni

Il caso Roggero e il significato della giustizia

Seguendo la vicenda giudiziaria di Mario Roggero, diverse ragioni si intrecciano, si contrappongono fino a formare un groviglio inestricabile sul quale avrà l’ultima parola il presidente della Repubblica.

Prima di giungere a qualsiasi conclusione, dobbiamo innanzitutto chiederci che cosa sia la giustizia ed interrogarci circa la sua funzione.

Esiste un elemento tecnico, ma anche la cosiddetta discrezionalità. In altri termini, la giustizia non è – o non dovrebbe essere – un banale meccanismo burocratico, ma ad essa dovrebbe congiungersi una componente umana e valutativa delle circostanze.

Tra giustizialismo e indulgenza: la difficile ricerca dell’equilibrio

La moderazione è la strada migliore, come ci hanno insegnato i nostri antenati greci e romani. Né il giustizialismo né l’indulgenza plenaria si rivelano due soluzioni sagge e percorribili. Al contrario, costituiscono degli estremi da evitare.

Veniamo al caso di questi giorni: è indubbio che il colpevole abbia superato i limiti consentiti dalla legge. L’eccesso di legittima difesa è più che mai evidente. D’altro canto, tuttavia, non possiamo esimerci dal considerare la debolezza umana come un fattore inevitabile. Talvolta dimentichiamo che gli esseri umani possiedono altresì una componente animale e istintiva, che non condanniamo negli altri esseri viventi, ma biasimiamo nell’uomo. In tale riprovazione vi è però la presunzione che la civiltà possa in qualche modo debellare ciò che vi è di primitivo in ognuno di noi.

La debolezza umana e il caso Mario Roggero

Lungi dall’essere una giustificazione, siamo però chiamati a comprendere umanamente il gesto di Mario, poiché molti altri avrebbero potuto trovarsi nella sua stessa posizione. Giuridicamente parlando, la debolezza umana non rappresenta un’attenuante, a meno che nel soggetto in questione si riscontrino delle patologie.

Qual è il vero scopo della pena?

Al di là di questo, vi è una questione che dovrebbe interessare i professionisti della magistratura: qual è lo scopo della pena? Sappiamo, in primo luogo, che esistono sistemi punitivi più civili del carcere, il quale priva completamente una persona della libertà e dovrebbe essere un’extrema ratio per i reati più gravi.

Certo, l’omicidio è un reato grave, ma occorre valutare le circostanze, tra le quali vi è il fatto che il reo ha agito spinto da pressioni esterne e senza premeditazione.

Un secondo aspetto che non dovrebbe sfuggire alla nostra attenzione riguarda l’età del condannato. Cosa si vorrebbe ottenere attraverso l’incarcerazione di un settantaduenne? Che pericolo reale rappresenta per la società?

La clemenza come valore costituzionale

Ritengo sia necessario porsi questi interrogativi, e sono certo che verranno esaminati scrupolosamente dal nostro presidente Mattarella, uomo istituzionale di grande spessore umano oltreché culturale, capace di andare oltre la lettera morta della legge e di applicare la clemenza: un principio etico nobile e dettato dalla razionalità (da una valutazione intelligente) e dalla pietà, sentimento parimenti elevato e degno di persone dall’animo distinto.

Quando la giustizia rischia di diventare vendetta

Mario non costituisce un pericolo sociale, è un uomo che ha sbagliato e, a prescindere dal fatto che è stato punito, non sarà possibile riportare in vita coloro che hanno tentato di rubare nel suo negozio.

Ma se si esagera nella durezza della punizione, allora la giustizia si allontana dal suo scopo reale e si trasforma in vendetta, dando sfogo ad un becero giustizialismo del quale spesso non sono immuni neppure persone istruite.

Anche un’arida applicazione della legge priva di riflessione e di clemenza manifesta tutta la sua pericolosità. Infatti, nonostante che la tipologia di reato possa essere la medesima in più casi, le persone non sono tutte uguali.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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