Dramma senza fine in Venezuela, la commozione dei soccorritori dopo aver appreso la tragica notiziaDramma senza fine in Venezuela, la commozione dei soccorritori dopo aver appreso la tragica notizia

I soccorritori erano arrivati a pochi metri da lui, ma il tempo non è bastato

Per nove giorni il suo nome è diventato il simbolo della speranza. Migliaia di persone hanno seguito con il fiato sospeso le operazioni di soccorso, confidando in un epilogo diverso. Alla fine, però, il piccolo Fabio, 9 anni, non ce l’ha fatta. Il bambino è morto sotto le macerie del palazzo Tahiti, edificio di dodici piani crollato a Caraballeda, nel nord del Venezuela, dopo il devastante terremoto che ha colpito il Paese.

La notizia è arrivata dalle squadre impegnate nei soccorsi, che hanno confermato di non rilevare più alcun segnale di vita dopo gli ultimi controlli effettuati con sonar e georadar.

I soccorritori erano arrivati a sei metri da lui

Il salvataggio sembrava ancora possibile.

Le squadre internazionali, impegnate senza sosta tra le macerie, erano riuscite ad avvicinarsi fino a circa sei metri dal punto in cui il bambino era rimasto intrappolato.

A ostacolare gli ultimi metri erano enormi blocchi di cemento e la continua instabilità della struttura, che costringeva gli operatori a procedere con estrema cautela per evitare nuovi crolli.

Alla fine, però, il tempo ha avuto il sopravvento.

Il padre era riuscito a parlargli

La vicenda di Fabio aveva commosso l’intero Venezuela.

Per giorni il padre, Francisco, marittimo di professione, è rimasto accanto ai soccorritori seguendo ogni fase delle ricerche.

Attraverso i social aveva raccontato di essere riuscito a parlare con il figlio mentre si trovava ancora sotto le macerie.

Il bambino, pur estremamente debilitato, era stato idratato dai soccorritori e, secondo il racconto del padre, continuava a lottare con tutte le sue forze.

Secondo quanto riferito dagli operatori, Fabio si trovava vicino al corpo della madre, rimasta vittima del crollo.

Ora la speranza si chiama Gustavo Romero

Mentre per Fabio non c’è stato nulla da fare, i soccorritori continuano a lavorare senza sosta in un altro punto della costa venezuelana.

A Catia La Mar sono infatti riusciti a stabilire un contatto con Gustavo Romero Matamoros, capo della polizia dello Stato di La Guaira, rimasto intrappolato da nove giorni sotto le macerie del condominio Oasis Beach.

Secondo quanto riferito dai soccorritori, l’uomo avrebbe una mano schiacciata e gravi difficoltà a muovere un braccio, ma riuscirebbe ancora a comunicare utilizzando il codice Morse.

In un messaggio trasmesso via radio, la moglie lo ha incoraggiato a resistere.

«Amore, sappiamo dove sei. I soccorritori stanno arrivando da te. Ti prego, resisti», sono state le sue parole.

L’appello: «Ci sono ancora persone vive»

Intanto cresce anche la preoccupazione per altri possibili superstiti.

La giovane Paola Lauret ha lanciato un appello attraverso i social chiedendo l’arrivo di mezzi più pesanti per rimuovere le grandi lastre di cemento.

«Ci sono ancora persone vive sotto le macerie, ma mancano le gru per sollevare i blocchi più pesanti. Aiutateci a salvarle», ha dichiarato, spiegando che anche i suoi genitori sarebbero intrappolati sotto i resti di un edificio nel complesso residenziale Caribe.

Secondo la ragazza, uno scanner utilizzato dalle squadre cilene avrebbe individuato numerosi segnali compatibili con la presenza di superstiti.

Le polemiche sui soccorsi

Nelle ultime ore sono emerse anche polemiche sulla gestione dell’emergenza.

Alcuni reporter presenti sul posto hanno raccontato che la mancanza di carburante avrebbe rallentato l’impiego delle escavatrici, costringendo in molti casi i soccorritori e gli stessi familiari delle vittime a scavare a mani nude.

Accuse respinte dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, che ha difeso l’operato delle istituzioni.

Secondo Rodríguez, la risposta dello Stato è stata «immediata e coordinata», con migliaia di uomini tra polizia, militari e soccorritori mobilitati nelle ore successive al sisma. La presidente ha inoltre attribuito i ritardi iniziali ai gravi danni subiti dalle infrastrutture di trasporto e ha definito «spregevole» ogni tentativo di politicizzare una tragedia umanitaria ancora in corso.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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