A sinistra Abderrahim FakirA sinistra Abderrahim Fakir

Costretto a trasferirsi da un amico

Vive da circa un mese a casa di un amico, esce soltanto per le necessità quotidiane e torna nel quartiere Pilastro, dove abita sua madre, solo nelle ore notturne. È la situazione raccontata a Repubblica da un 37enne che la mattina del 19 luglio partecipò alle operazioni con cui la polizia immobilizzò Abderrahim Fakir, 42 anni, morto quel giorno a Bologna.

L’uomo ha scelto di rimanere anonimo. Racconta di essersi allontanato dal quartiere dopo essere stato minacciato da alcuni residenti e di essere stato, a sua volta, aggredito fisicamente. Quel giorno, spiega, si trovava casualmente sul posto e aveva deciso di aiutare gli agenti dopo essere stato coinvolto nelle operazioni di contenimento.

«Volevo solo aiutarlo»

Secondo il suo racconto, quella mattina era in casa e stava dormendo quando, intorno alle 10.45, è stato attirato dalle urla di un uomo che appariva in difficoltà.

Affacciandosi dalla finestra avrebbe visto Fakir mentre si colpiva la testa contro lo spigolo delle scale del cortile. «Non lo avevo mai incontrato», racconta nell’intervista, spiegando di averlo visto in uno stato di forte agitazione e sofferenza fisica.

Nel frattempo erano arrivati gli agenti. Il 37enne riferisce che i poliziotti gli chiesero di portare dell’acqua a Fakir. L’uomo sarebbe quindi sceso con una bottiglia e avrebbe assistito ai momenti successivi.

Secondo la sua ricostruzione, Fakir avrebbe urtato un’automobile e poi si sarebbe avvicinato al conducente. Il testimone sostiene però che non si trattasse di un’aggressione, ma della conseguenza delle sue condizioni fisiche e della difficoltà a mantenersi in piedi.

Il coinvolgimento nell’immobilizzazione

Il 37enne racconta che, prima del suo intervento, due giovani di origine marocchina avevano collaborato con gli agenti. Successivamente, dopo che questi si erano allontanati, sarebbero stati gli stessi poliziotti a chiedergli spontaneamente di aiutarli a tenere fermo Fakir.

«Volevo solo aiutarlo», racconta l’uomo.

Avrebbe quindi partecipato all’immobilizzazione tenendo le gambe di Fakir. Poi, mentre la situazione sembrava apparentemente sotto controllo, si sarebbe accorto che qualcosa non andava.

«Sono stato uno dei primi a chiedere: ragazzi, ma respira?», riferisce a Repubblica, spiegando che la sua domanda sarebbe udibile anche nelle immagini video circolate dopo la morte.

Il 37enne aggiunge di aver pensato inizialmente a un possibile mancamento e di aver visto accanto a Fakir anche personale qualificato. Non avrebbe quindi immaginato che la situazione potesse trasformarsi in una tragedia.

«Dopo quel giorno ho avuto paura»

Il racconto prosegue con le conseguenze subite dal 37enne dopo la morte di Fakir. Secondo quanto riferisce, sarebbe stato preso di mira da alcuni residenti del quartiere e avrebbe ricevuto minacce. In un’occasione, sostiene inoltre di essere stato picchiato.

Da allora avrebbe lasciato temporaneamente la propria abitazione per trasferirsi da un amico. Al Pilastro tornerebbe soltanto di notte per vedere la madre.

L’uomo sostiene di non avere avuto alcun rapporto precedente con Fakir e di essere intervenuto esclusivamente per dare una mano agli agenti. Ora spera che anche la famiglia del 42enne possa comprendere il suo ruolo e contribuire a fermare le minacce nei suoi confronti.

«Ero lì per caso e non avrei mai pensato che Fakir potesse morire», è il senso del suo racconto.

Gli accertamenti sulla morte di Fakir

Parallelamente proseguono gli accertamenti della Procura di Bologna per stabilire che cosa abbia provocato la morte di Fakir durante le operazioni di immobilizzazione.

I primi esami effettuati sul cuore del 42enne, secondo quanto riferito nell’articolo di Repubblica, non avrebbero evidenziato patologie pregresse dell’organo. Si tratta di uno degli elementi della consulenza medico-legale disposta dalla Procura.

L’autopsia era stata eseguita il 24 luglio a Padova, alla presenza dei consulenti nominati dalle parti. Tra gli specialisti incaricati degli accertamenti figura Cristina Basso, anatomopatologa e direttrice dell’Unità operativa di patologia cardiovascolare di Padova.

Dall’esame autoptico erano emersi, tra gli altri elementi, la presenza di sangue nei polmoni e segni di schiacciamento. Per arrivare alle conclusioni definitive saranno però necessari ulteriori accertamenti.

Attesi gli esiti tossicologici e istologici

La relazione conclusiva dei consulenti non è ancora disponibile. Per completare il quadro investigativo devono infatti arrivare anche gli esiti degli esami tossicologici e istologici.

Il procedimento della Procura bolognese è ancora nella fase degli accertamenti preliminari. Nel fascicolo risultano annotati, in questa fase, i due agenti coinvolti nelle operazioni e quattro soccorritori.

Gli esami medico-legali dovranno contribuire a chiarire le cause e la dinamica del decesso, fornendo agli inquirenti gli elementi necessari per ricostruire quanto accaduto durante i concitati momenti dell’intervento.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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