Il malore prima di uno spettacolo a L’Aquila e la decisione di salire sul palco
«Mi hanno strappato alla morte. Se sono ancora qui lo devo solo a Dio». Ăˆ il racconto di Lele Mora, ricoverato da oltre due settimane al Policlinico Umberto I di Roma dopo essere stato colpito da un ictus durante una tournĂ©e teatrale. L’ex agente dei personaggi dello spettacolo, 71 anni, ha ripercorso quei momenti in un colloquio con il Messaggero, raccontando la paura, il difficile risveglio e il lungo percorso di recupero che lo aspetta.
Il malore lo ha colto il 24 ottobre a L’Aquila, poco prima di uno spettacolo al Teatro San Filippo. Nonostante si fosse sentito male, Mora ha deciso di presentarsi ugualmente davanti al pubblico. «Ma sono andato comunque in scena per rispetto agli spettatori che avevano pagato il biglietto, lo show aveva registrato il tutto esaurito», ha spiegato al quotidiano.
Una scelta che ha preceduto il drammatico peggioramento delle sue condizioni. Il giorno successivo avrebbe dovuto raggiungere la famiglia a Verona, passando per Roma. Proprio durante il viaggio verso la Capitale si è verificato l’episodio che ha cambiato tutto.
Lo svenimento sul treno e cinque giorni in terapia intensiva
«Sul treno per la Capitale sono svenuto, poi il buio totale», ha raccontato Lele Mora. Il ricovero al Policlinico Umberto I è stato immediato e per cinque giorni l’ex manager è rimasto in terapia intensiva. Il ritorno alla coscienza non è stato semplice: «Il risveglio è stato durissimo, ma sono felice di essere ancora vivo».
Ad assisterlo nella struttura romana è stato il gruppo medico guidato dal professor Giovanni Fabbrini, direttore del dipartimento di Neurologia, e dal professor Francesco Pugliese, direttore del reparto Emergenza e Urgenza. Mora ha voluto esprimere riconoscenza a tutto il personale sanitario che lo ha seguito durante il ricovero.
«So che dovrĂ² affrontare una riabilitazione molto lunga, mi dicono che durerĂ almeno sessanta giorni. E ringrazio Dio, oltre allo staff che mi ha curato. Sono persone straordinarie, dai medici alle infermiere. Mi hanno aiutato a sentirmi meno solo in tutti questi giorni», ha dichiarato.
Al suo fianco la figlia Diana e don Felice
In queste settimane difficili, accanto a Mora ci sono soprattutto la figlia Diana e don Felice, sacerdote conosciuto durante il periodo trascorso nella comunitĂ Exodus di don Antonio Mazzi. L’ex agente aveva prestato servizio nella comunitĂ dal 2012, dopo l’affidamento in prova disposto dal tribunale di Milano in seguito alla condanna per bancarotta.
La famiglia aveva scelto di mantenere riservata la notizia del ricovero, informando soltanto le persone piĂ¹ vicine. Una decisione condivisa con i figli e dettata dalla volontĂ di affrontare l’emergenza lontano dall’attenzione pubblica.
«Loro contano piĂ¹ di tutti. Ho pensato tanto in questi giorni. Di me possono dire quello che vogliono, ma nella mia vita ho fatto anche del bene, e tanto», ha confidato al Messaggero.
Il desiderio di tornare a Verona vicino ai figli
Adesso il pensiero è rivolto soprattutto al recupero e alla possibilitĂ di proseguire le cure piĂ¹ vicino a casa. Mora vorrebbe essere trasferito in Veneto, così da poter contare sulla presenza quotidiana dei familiari.
«Sto cercando di farmi trasferire a Verona, vicino alla mia famiglia», ha spiegato. Durante il ricovero, la figlia Diana e il figlio Mirko si sono alternati al suo fianco, affrontando ogni volta lunghi spostamenti per raggiungerlo nella Capitale.
Il trasferimento, perĂ², non è ancora stato possibile. «Per il momento sto aspettando, ci sono difficoltĂ a trovare un posto su nel Veneto», ha aggiunto.
Dopo lo spavento e i giorni trascorsi in terapia intensiva, per Lele Mora comincia dunque una fase altrettanto impegnativa: quella della riabilitazione. La priorità , adesso, è recuperare le forze e tornare accanto alla propria famiglia.

