L’aggressione a Massa davanti al figlio, ora gli indagati diventano sei
Il caso di Giacomo Bongiorni, il 47enne morto dopo un’aggressione a Massa, si complica e solleva nuove domande. La Procura ha iscritto nel registro degli indagati anche il cognato della vittima, portando a sei il numero complessivo delle persone coinvolte. Una decisione che segna un passaggio delicato nell’inchiesta e che punta a chiarire ogni responsabilità su quanto accaduto quella notte.
La dinamica: una rissa degenerata in un pestaggio
I fatti risalgono alla notte tra l’11 e il 12 aprile in piazza Palma, a Massa. Secondo quanto emerso, tutto sarebbe iniziato da una bottiglia caduta a terra, forse accidentalmente. Una tensione iniziale che sembrava rientrata, ma che pochi minuti dopo è degenerata.
Le immagini di videosorveglianza mostrano una scena chiara: intorno all’1:20 un 17enne colpisce Bongiorni con due pugni, facendolo cadere a terra. Subito dopo, continuano i colpi. A quel punto interviene anche un altro giovane, che sferra un calcio al volto della vittima.
Il giudice per le indagini preliminari parla esplicitamente di “un vero e proprio pestaggio”. Un’espressione che fotografa la gravità dell’episodio: un uomo sopraffatto da più persone, colpito ripetutamente fino a perdere conoscenza.
Il ruolo del cognato: perché è stato indagato
Tra i nuovi sviluppi più rilevanti c’è l’iscrizione nel registro degli indagati di Gabriele Tognocchi, cognato della vittima. L’uomo quella notte era presente e ha riportato ferite gravi: tibia e setto nasale fratturati.
Secondo gli investigatori, potrebbe aver avuto un ruolo nella fase iniziale della rissa. Alcune testimonianze indicano che avrebbe tentato di intervenire, mentre altre ipotesi parlano anche del possibile lancio di una bottiglia, mai ritrovata.
Un elemento chiave è che, durante l’aggressione, sarebbe stato bloccato da uno degli indagati, impedendogli di aiutare Bongiorni. Un dettaglio che emerge e che potrebbe avere un peso decisivo nella ricostruzione.
L’iscrizione, in ogni caso, viene definita un atto tecnico necessario per consentire gli accertamenti.
Sei indagati e accuse pesanti: omicidio volontario
Il quadro giudiziario è complesso. Oltre al cognato, risultano indagati:
- un 17enne, attualmente in istituto penale minorile
- due maggiorenni, Ionut Alexandru Miron e Eduard Alin Carutasu, in carcere
- altri due minorenni
Le accuse sono gravi: omicidio volontario e rissa aggravata.
Un elemento rilevante riguarda il passato da pugile del 17enne, considerato dagli inquirenti nella valutazione della violenza dei colpi. Secondo il giudice, anche chi ha impedito i soccorsi avrebbe contribuito alla morte.
Le indagini: telefoni, testimonianze e autopsia
Le prossime settimane saranno decisive. Gli investigatori stanno analizzando i telefoni degli indagati e di una giovane coinvolta, con copie forensi già acquisite. Anche lo smartphone della compagna di Bongiorni, Sara Tognocchi, è stato analizzato: i dati di tutti sono stati scaricati e ne è stata realizzata una copia forense, al fine di cercare elementi utili che possano fare chiarezza su quanto accaduto quella tragica notte di tre settimane fa.
Le testimonianze raccolte, però, non sono tutte concordanti. In particolare, resta controverso un punto: alcuni sostengono che Bongiorni abbia colpito per primo con una testata, versione negata dalla parte lesa ma confermata da due testimoni.
Nel frattempo, si attende l’esito definitivo dell’autopsia eseguita a Genova dal professor Francesco Ventura. Le prime risultanze parlano di emorragia cerebrale massiva e gravi lesioni alla mandibola.
Resta da stabilire quale colpo abbia causato la morte: i pugni, il calcio o la caduta.
Una morte che interroga: non è un caso isolato
Questa vicenda non è solo un fatto di cronaca. È il riflesso di una violenza crescente che coinvolge gruppi di giovani e che spesso esplode per motivi banali.
Non è il primo caso di aggressioni nate da situazioni apparentemente insignificanti e degenerate in tragedia. Qui, però, c’è un elemento che colpisce più di altri: l’aggressione è avvenuta davanti al figlio minorenne della vittima.
Un dettaglio che cambia completamente la percezione del fatto e amplifica il peso emotivo della vicenda.
La domanda che resta aperta è una sola: quanto può bastare, oggi, perché una lite diventi qualcosa di irreversibile?

