Anna Lucia Cecere condannata a 24 anni per l’omicidio di Nada Cella
Ci sono voluti tre decenni, ma il delitto di Nada Cella non è più senza un nome. La Corte d’Assise di Genova, presieduta dal magistrato Massimo Cusatti, ha condannato Anna Lucia Cecere a 24 anni di reclusione per l’omicidio della giovane segretaria, uccisa nel 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari. Una sentenza arrivata dopo quasi sette ore di camera di consiglio, che segna una svolta storica per uno dei cold case più emblematici della cronaca italiana.
Il ruolo di Soracco e la condanna per favoreggiamento
Accanto alla condanna principale, i giudici hanno inflitto due anni di reclusione a Marco Soracco per favoreggiamento. Secondo la Corte, il professionista omise di riferire agli inquirenti informazioni rilevanti sulle telefonate effettuate nel suo studio da Cecere nei giorni dell’omicidio. Una responsabilità giudiziaria che apre ora a un nuovo processo a suo carico, per l’accusa di false informazioni rese al pubblico ministero.
Soracco ha reagito definendo la sentenza «inaccettabile», ribadendo la propria estraneità: «Se è lei l’assassina, sono contento che sia stata condannata. Ma non capisco perché io dovrei averla coperta».
Il movente: gelosia, lavoro e un delitto d’impeto
Secondo l’accusa, sostenuta dalla pm Gabriella Dotto, quello di Nada Cella fu un omicidio d’impeto. Anna Lucia Cecere avrebbe agito spinta da un doppio desiderio: prendere il posto di Nada nello studio e conquistare un ruolo centrale nella vita di Soracco. Una dinamica che, per la Procura, spiega la ferocia dell’aggressione e il successivo silenzio che per anni ha avvolto la vicenda.
Le lacrime della madre: “Ce l’abbiamo fatta”
La frase più potente della giornata arriva da Silvana Smaniotto, madre di Nada. Le sue parole, pronunciate al telefono con l’avvocata di famiglia Sabrina Franzone, si interrompono tra le lacrime: «Ce l’abbiamo fatta». Un sussurro che vale trent’anni di attesa, dolore e ostinazione.
«Per Nada e la sua famiglia abbiamo lottato fino alla fine – ha dichiarato Franzone –. La verità era sotto gli occhi di tutti, serviva solo il coraggio di rileggerla».
La riapertura del caso e la svolta investigativa
Il cold case era stato riaperto nel 2021 grazie al lavoro della criminologa Antonella Delfino Pesce e alla rilettura critica degli atti originali. Cecere, già emersa all’epoca come sospettata, era stata indagata per pochi giorni prima dell’archiviazione. A suo carico, già allora, c’erano segnalazioni e un dettaglio rimasto sospeso per anni: bottoni trovati nella sua abitazione compatibili con quello rinvenuto sotto il corpo della vittima.
«La lettura della sentenza è stata una deflagrazione – racconta Delfino Pesce –. Per Silvana è stata un’emozione enorme. Mi ha detto che ora sta meglio». Il 1° marzo 2024 Anna Lucia Cecere era stata prosciolta dal Gup del Tribunale di Genova. Decisione che era stata annullata dalla Corte d’Assise d’Appello di Genova anche aveva disposto il rinvio a giudizio per Cecere per omicidio, Soracco e Bacchioni per favoreggiamento. Quest’ultima poi è uscita dal processo.
Un precedente storico per la giustizia italiana
Alla lettura del verdetto era presente anche il procuratore capo Nicola Piacente, che ha sottolineato la portata del pronunciamento: «È il primo cold case chiuso con una sentenza di primo grado senza una prova scientifica, basato su una ricostruzione rigorosa della dinamica e del movente».
Un passaggio destinato a fare scuola. Perché la sentenza su Nada Cella non chiude solo un processo: chiude un’epoca di silenzi e restituisce alla giustizia una verità attesa da trent’anni.

