Olindo Romano torna in tv: ‘Non siamo stati noi’
A quasi vent’anni dalla strage di Erba, Olindo Romano torna a parlare e lo fa davanti alle telecamere, rilanciando una versione che continua a dividere: “Non siamo stati noi”.
Condannato in via definitiva all’ergastolo insieme alla moglie Rosa Bazzi per l’omicidio di quattro persone – Raffaella Castagna, il piccolo Youssef, Paola Galli e Valeria Cherubini – Romano ha ribadito la propria innocenza nel corso di un’intervista andata in onda nel programma Cinque Minuti di Bruno Vespa, in onda su Rai1, riaprendo un caso che, nonostante le sentenze, non smette di far discutere.
“Ci dissero di confessare, era una strategia”
Il punto centrale delle dichiarazioni riguarda la confessione resa durante le indagini, poi ritrattata.
Secondo Romano, quell’ammissione di colpa non sarebbe stata spontanea: “Ci è stata suggerita dal nostro avvocato dell’epoca, ci disse che era l’unico modo per uscire dai guai”.
A questo si aggiungerebbe, sempre secondo la sua versione, una pressione investigativa: i carabinieri – sostiene – gli avrebbero prospettato una pena molto più lieve, “4 o 5 anni”, inducendolo a collaborare.
Una ricostruzione che contrasta frontalmente con quanto stabilito nei vari gradi di giudizio, ma che oggi torna al centro del dibattito anche alla luce delle recenti prese di posizione di alcuni ex magistrati.
Le frasi di Rosa Bazzi e i “tagli” nella perizia
Romano ha poi affrontato uno dei passaggi più controversi dell’intera vicenda: le dichiarazioni attribuite alla moglie Rosa Bazzi, che durante una perizia parlò di una sorta di “sollievo” nel colpire le vittime.
Un’affermazione che, per Romano, sarebbe stata estrapolata: “Quel video è stato tagliato, mancano dei pezzi”.
Pur confermando che la frase fu pronunciata, l’uomo sostiene che il contesto sarebbe stato alterato, mettendo in discussione l’attendibilità complessiva di quella ricostruzione.
“Abbiamo inventato i dettagli”
Uno degli aspetti più delicati riguarda i particolari forniti durante la confessione, alcuni dei quali ritenuti dagli inquirenti elementi chiave.
Romano, però, offre una spiegazione diversa: “Abbiamo detto certe cose perché le avevamo viste nelle foto mostrate dagli investigatori”.
Anche il riferimento ai cuscini utilizzati per soffocare le urla – dettaglio considerato rilevante nelle indagini – viene ridimensionato: non un ricordo, ma una deduzione.
Le accuse sulle prove e il caso Frigerio
Nel corso dell’intervista, Romano è arrivato a mettere in dubbio anche alcuni elementi probatori.
Le tracce di sangue trovate sulla sua auto, riconducibili a una delle vittime, secondo lui potrebbero essere finite lì per errore o addirittura inserite successivamente. Un’accusa pesante, che implica responsabilità gravi da parte degli investigatori.
Dubbi vengono sollevati anche sul racconto di Mario Frigerio, unico sopravvissuto alla strage e testimone chiave, che riconobbe Romano. Una testimonianza che, secondo alcune ricostruzioni difensive, sarebbe stata in parte “indirizzata”.
Nessuna richiesta di scuse
Alla domanda se abbia mai pensato di chiedere perdono ai familiari delle vittime, Romano è stato netto:
“Per cosa dovremmo scusarci, se non siamo stati noi?”
Un passaggio che segna una linea chiara: nessun ripensamento, nessuna apertura, ma una difesa totale della propria posizione.
Un caso che continua a dividere
L’intervista riporta sotto i riflettori uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi decenni.
Da un lato ci sono sentenze definitive che hanno ricostruito responsabilità e dinamica della strage. Dall’altro, continuano a emergere voci e ricostruzioni alternative che alimentano dubbi e interrogativi.
A distanza di anni, la vicenda di Erba resta così sospesa tra verità processuale e narrazioni contrastanti. E ogni nuova dichiarazione, come quella di Olindo Romano, contribuisce a riaprire un dibattito che non si è mai davvero chiuso.

