Rosa Capuano ha confessato il delitto del padre, Francesco CapuanoRosa Capuano ha confessato il delitto del padre, Francesco Capuano

La donna ha ammesso in aula l’omicidio di Francesco Capuano, 79 anni, freddato a colpi di pistola nel garage di casa a Suzzara il 23 dicembre 2024

«Sono stata io. Non ce la facevo più. Ho preso la pistola e l’ho ucciso». Tre frasi pronunciate davanti alla Corte d’Assise di Mantova hanno cambiato il corso del processo per la morte di Francesco Capuano, 79 anni, assassinato nel garage della palazzina in cui viveva con la figlia a Suzzara, nel Mantovano. A quasi due anni dal delitto, Rosa Capuano ha confessato di aver sparato al padre, dopo aver sempre sostenuto la propria innocenza durante le precedenti fasi giudiziarie. La Corte l’ha condannata a 25 anni di reclusione, accogliendo la richiesta formulata dal pubblico ministero Alessia Silimbani.

Una svolta arrivata inaspettatamente durante l’udienza di oggi, 5 novembre, quando l’imputata ha ammesso le proprie responsabilità. La confessione ha rappresentato un passaggio decisivo in un procedimento segnato fin dall’inizio da una ricostruzione investigativa complessa e da una versione dei fatti che non aveva convinto gli inquirenti.

La confessione in aula dopo aver sempre negato: «Ho preso la pistola e l’ho ucciso»

Fino all’udienza di oggi, Rosa Capuano aveva respinto le accuse di aver ucciso il padre. Davanti ai giudici ha invece deciso di raccontare la propria responsabilità con parole inequivocabili: «Sono stata io. Non ce la facevo più. Ho preso la pistola e l’ho ucciso».

Una dichiarazione che arriva a distanza di circa un anno e mezzo dall’arresto e che ha preceduto la sentenza. Il pubblico ministero aveva chiesto 25 anni di carcere, escludendo l’ergastolo anche alla luce della confessione e riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate.

La Corte d’Assise ha stabilito la stessa pena richiesta dall’accusa. I giudici hanno riconosciuto la premeditazione e l’aggravante di aver commesso il delitto nei confronti del proprio ascendente, ma hanno escluso i motivi abietti e futili. Le attenuanti generiche sono state considerate equivalenti alle aggravanti riconosciute.

Il delitto nel garage a Suzzara: il padre ucciso mentre era in auto

L’omicidio risale al 23 dicembre 2024, a due giorni dal Natale. Francesco Capuano, pensionato di 79 anni e disabile, venne raggiunto da diversi colpi di pistola alla testa mentre si trovava nella propria automobile, nel garage condominiale della palazzina di via Biolcheria, a Suzzara.

La figlia chiamò i soccorsi intorno alle 9.30. Secondo il racconto fornito inizialmente, i due avrebbero dovuto uscire insieme per andare a fare la spesa. Rosa Capuano aveva spiegato di essere risalita nell’abitazione perché aveva dimenticato qualcosa e di aver ritrovato il padre senza vita al suo ritorno in garage.

Una ricostruzione che non convinse gli investigatori. I carabinieri avviarono accertamenti a 360 gradi, concentrando progressivamente l’attenzione sulla donna, che all’epoca aveva 46 anni.

La pistola calibro 22 trovata nel beauty case: così arrivò l’arresto

La svolta investigativa arrivò nel marzo 2025, a quasi tre mesi dall’assassinio. I carabinieri individuarono Rosa Capuano a Giugliano, nel Napoletano, il Comune d’origine della famiglia, dove la donna era tornata a vivere dopo la morte del padre.

Durante le verifiche venne trovato nel suo beauty case un revolver calibro 22, insieme a tre bossoli dello stesso calibro di quelli utilizzati per uccidere l’anziano. La donna venne arrestata, ma anche dopo il fermo continuò a negare di essere l’autrice dell’omicidio.

Da quel momento la vicenda giudiziaria è andata avanti senza una sua ammissione di responsabilità, fino alla confessione pronunciata davanti alla Corte d’Assise di Mantova.

Il rapporto con il padre e l’ipotesi sul movente

Sul possibile movente gli investigatori avevano concentrato l’attenzione sul rapporto tra padre e figlia. Secondo l’ipotesi investigativa, Rosa Capuano si sarebbe sentita succube del genitore, del quale si prendeva costantemente cura, e avrebbe maturato la volontà di liberarsi di quella situazione. Tra gli elementi considerati dagli inquirenti anche la convinzione di poter diventare l’erede universale del padre.

Si tratta della ricostruzione del movente formulata nel corso delle indagini, da distinguere dalla confessione resa in aula, nella quale la donna ha ammesso di aver sparato senza che, nelle dichiarazioni riportate, abbia fornito ulteriori dettagli sulle ragioni del gesto.

La sentenza a 25 anni chiude il processo di primo grado con una svolta clamorosa: dopo aver negato per mesi, la donna ha riconosciuto davanti ai giudici di aver ucciso il padre. Una confessione arrivata a quasi due anni da quei colpi di pistola nel garage di Suzzara.

Di Redazione

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