Serena MolliconeSerena Mollicone

Non si chiude, dopo 24 anni, la vicenda giudiziaria legata alla morte di Serena Mollicone. Ci sarà un nuovo processo di appello per il delitto di Arce. Lo hanno deciso i giudici di Cassazione accogliendo l’istanza della Procura generale della Corte d’Appello di Roma contro l’assoluzione dell’ex comandante della caserma di Arce, Franco Mottola, della moglie Anna Maria e del figlio Marco che erano accusati dell’omicidio avvenuto nel giugno del 2001 nel centro del Frusinate.

Serena Mollicone, 24 anni dalla morte la Cassazione dispone l’appello bis

La decisione è arrivata dopo due ore e mezza di Camera di Consiglio: i giudici si sono ritirati alle 16:20 e sono usciti con il verdetto alle 18:50. Non si chiude ancora quindi la vicenda giudiziaria che per la famiglia Mottola e in particolare per Franco e Marco, inizia il 27 giugno del 2011, quando a dieci anni dal delitto, padre e figlio vengono per la prima volta iscritti sul registro degli indagati insieme ad altre persone dalla procura di Cassino. Gli imputati dovranno tornare nelle aule di piazzale Clodio dove si celebrerà un nuovo processo di secondo grado. 

I giudici della prima sezione hanno, quindi, recepito la richiesta del pg che nel corso della sua requisitoria ha sostanzialmente demolito la sentenza emessa dai giudici di secondo grado della Capitale che nel luglio del 2024 hanno fatto cadere, così come nel primo grado a Cassino, le accuse per tutti gli imputati. La decisione della Suprema corte è stata accolta da un breve applauso mentre fuori dal Palazzaccio uno striscione ricordava che ” Serena vive“.

Commossa Consuelo Mollicone

Visibilmente commossa Consuelo, la sorella di Serena , sempre presente in tutte le udienze dei processi. “Il mio pensiero – ha commentato – va a mia sorella, che non rivedrò più nella mia vita così come mio padre. Noi confidiamo nella giustizia che attendiamo da 24 anni. Da oggi abbiamo speranza”. Dal canto loro Franco e Marco Mottola hanno lasciato il Palazzaccio senza parlare. “Sto bene”, ha tagliato corto l’ex comandante della stazione mentre i difensori si sono limitati a dire che “attenderanno di leggere le motivazione per poi fare le valutazioni del caso”. Nel corso della requisitoria il rappresentante dell’accusa, riferendosi alla sentenza di appello, l’ha definita “viziata da plurime violazioni di leggi” con una “pluralità di indizi non valutati in maniera unitaria”.

Una pronuncia “totalmente carente” che nel ricostruire quanto avvenuto oltre venti anni fa lo ha fatto con “atteggiamento pilatesco”, omettendo “di motivare sulla presenza di Mollicone quella mattina nella caserma di Arce”. La sentenza di secondo grado, in cinquanta pagine, aveva ribadito l’inesistenza di elementi a carico della famiglia Mottola, accusata di avere ucciso la liceale di 18 anni scomparsa da Arce il primo giugno e trovata morta tre giorni più tardi nel bosco Fonte Cupa della vicina Monte San Giovanni Campano. L’assoluzione bis ha ricalcato le stesse ragioni che avevano condotto alla sentenza di primo grado. Vale a dire la mancanza di prova.

La ricostruzione e le discrepanze

Non c’è la prova che Serena, il giorno del delitto, sia entrata nella caserma dei carabinieri e li sia stata ammazzata al culmine di una lite con Marco Mottola. La svolta che aveva portato ai due processi per i Mottola stava nelle dichiarazioni rese nell’inchiesta bis dal brigadiere Santino Tuzi, poi morto suicida. Ma la Corte d’Appello di Roma, esattamente come la Corte d’Assise di Cassino, afferma che le sue dichiarazioni sono confuse, generiche, ritrattate, rese sotto pressione “non dandogli la possibilità di dare una versione alternativa dei fatti nonostante Tuzi tentasse di farlo (…). Due volte fornisce una tesi che finisce per accrescere i dubbi sulla credibilità della persona”. Nel corso del processo di appello è stato ascoltato un amico del brigadiere Tuzi.

Davanti ai giudici di secondo grado ha affermato di essere convinto che non si fosse suicidato “ma che gli avevano tappato la bocca”. Sul punto i giudici scrivono che “appare veramente strano che un teste indignato e furibondo non si sia precipitato dagli inquirenti a fornire un elemento così importante ed abbia tenuto il segreto per 15 anni. Il timore di ritorsioni sulla figlia, in assenza di minacce esplicite è un’ipotesi umanamente comprensibile ma è stata una scelta in grado di incrinare l’efficacia probatoria del testimone”.

La Corte cita Pasolini

Secondo l’accusa Marco voleva evitare che Serena lo denunciasse perché spacciava droga. Da qui l’aggressione e il violento colpo contro una porta della caserma. La Corte ha ritenuto “evanescente” il movimento a fronte “di un compendio probatorio insufficiente e contradditorio”. La Corte ha citato Pasolini: “Qui, nelle Aule di giustizia, non può albergare la polemica frase (scritta, peraltro, cinquant’anni fa, in un articolo di analisi storico-politica, non giudiziaria) di un noto intellettuale. Diceva io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”. Una ricostruzione non sufficiente, però, a scrivere la parola fine sul giallo di Serena . La parola ora torna ai giudici di appello

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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