Il gesto eroico di Paolo Campolo nell’inferno de Le Constellation
«Ho sfondato la porta e mi sono caduti addosso dei corpi. Ragazzi che urlavano, bruciati, che chiedevano aiuto».
La voce di Paolo Campolo, 55 anni, italiano residente a Crans-Montana, trema ancora mentre racconta ciò che ha visto la notte di Capodanno. Un racconto che arriva dall’interno dell’inferno: quello del rogo che ha devastato il locale Le Constellation, trasformando una festa in una strage.
Campolo, analista finanziario con cittadinanza svizzera, vive a pochi metri dal locale insieme alla compagna e alla figlia diciassettenne. È stato uno dei primi a intervenire, prima ancora dell’arrivo dei soccorsi. Con il suo atto di coraggio ha salvato diversi ragazzi intrappolati tra le fiamme.
“Mia figlia mi ha chiamato: c’è fuoco, ci sono feriti”
«Erano circa le 1.20 quando ho visto le fiamme dalle finestre», racconta dal letto dell’ospedale di Sion, dove è ricoverato per intossicazione da fumo.
«Poi la telefonata di mia figlia: “Papà, c’è stato un incendio, c’è gente ferita”. Lei doveva entrare nel locale, ma era in ritardo. Quel ritardo le ha salvato la vita».
La ragazza era appena arrivata davanti al locale, dove l’aspettava il fidanzato. Lui era già dentro. È riuscito a uscire pochi istanti prima del collasso, riportando ustioni gravissime. Ora è ricoverato in condizioni critiche a Basilea.
“Dentro non c’era ossigeno, solo fumo e urla”
Campolo non esita. Corre verso l’ingresso con un estintore in mano. Ma capisce subito che non basta.
«Il fuoco si era già spento, ma dentro non c’era più aria. Era una camera a gas. Ho visto una porta laterale, forse un’uscita di sicurezza. Era bloccata. Dietro il vetro vedevo corpi ammassati».
Con l’aiuto di un altro uomo, tenta l’impossibile: forzare l’ingresso a mani nude.
«Abbiamo spinto, tirato, dato calci. Non so come, ma la porta ha ceduto».
I corpi che cadono, le grida, la corsa contro il tempo
Quando l’uscita si apre, il peso dei corpi li travolge.
«Ci sono caduti addosso. Erano vivi, ma ustionati. Alcuni parlavano, altri no. Chiedevano aiuto in più lingue, anche in italiano».
Campolo e l’altro soccorritore iniziano a trascinarli fuori uno a uno, stendendoli sull’asfalto. «Non pensavo al pericolo. Pensavo solo che potevano essere i miei figli».
Attorno a loro, il caos. Fumo, sirene, urla. I locali vicini si trasformano in punti di primo soccorso improvvisati. Baristi, passanti, turisti: tutti aiutano come possono.
Una notte che segna per sempre
La tragedia di Crans-Montana ha lasciato decine di morti e feriti, molti dei quali giovani. Tra le vittime anche cittadini italiani. Le indagini sono in corso, ma il bilancio umano è già devastante.
«Quello che ho visto non lo dimenticherò mai – conclude Campolo –. Gli sguardi, la paura, la sensazione di impotenza. Non auguro a nessuno di vivere una cosa simile».
Il Capodanno 2026, in quella valle svizzera, non è mai iniziato davvero. È finito prima di cominciare, tra fumo, silenzio e corpi a terra.

