Alessia PifferiAlessia Pifferi

Caso Pifferi: perché la Corte ha cancellato l’ergastolo

Il caso Pifferi torna a scuotere l’opinione pubblica italiana. Non per un nuovo colpo di scena giudiziario, ma per il contenuto – durissimo e controcorrente – delle motivazioni con cui la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha spiegato perché l’ergastolo inflitto in primo grado ad Alessia Pifferi sia stato sostituito con una condanna a 24 anni di reclusione.

In 193 pagine, i giudici smontano l’idea che il comportamento processuale della donna, dopo la morte della figlia Diana di appena un anno e mezzo, possa essere letto come “espressione di accentuata capacità a delinquere”. Al contrario, scrivono, tale condotta risulta “sintonica con la deficitaria personalità dell’imputata” e dunque non incompatibile con il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.


“Lapidata verbalmente”: il peso del processo mediatico

Uno dei passaggi più dirompenti delle motivazioni riguarda il ruolo del processo mediatico, definito senza mezzi termini una “lapidazione verbale”. Secondo la Corte, il clamore mediatico subito – e “sofferto” – da Pifferi ha avuto un peso concreto non solo sulla sua condotta processuale, ma sull’intero svolgimento del giudizio.

I giudici parlano apertamente di un “processo televisivo Pifferi” che avrebbe esercitato interferenze sulle prove tecnico-scientifiche, condizionato la spontaneità delle testimonianze e persino inciso sui rapporti familiari. Emblematico il riferimento alla madre dell’imputata, la nonna della piccola Diana, che – scrive la Corte – sarebbe stata trasformata “obtorto collo in inflessibile accusatrice della figlia” per timore di essere a sua volta travolta dalla pubblica esecrazione.

In questo clima, secondo i magistrati, non si può ignorare la pressione di una narrazione pubblica che ha trasformato il processo penale in “genere televisivo di intrattenimento”.


Fragilità personali e marginalità sociale

Nel motivare la concessione delle attenuanti generiche, la Corte riprende anche alcuni punti centrali del ricorso della difesa, presentato dall’avvocato Alessia Pontenani. Vengono richiamate l’incensuratezza di Pifferi, le sue condizioni economico-sociali, l’“estrema marginalità” in cui ha vissuto e persino “qualche defaillance cognitiva”.

Elementi che, secondo i giudici, non possono essere rimossi nel valutare la responsabilità penale individuale. “Vi sono connotazioni soggettive che non possono essere ignorate”, scrivono, richiamando il principio costituzionale della personalità della responsabilità penale.


La “metamorfosi” in carcere e la pena rieducativa

Particolarmente incisivo il passaggio dedicato alla cosiddetta “metamorfosi” dell’imputata. Nei primi giorni di detenzione, annotano i giudici, Alessia Pifferi appariva inconsapevole della gravità della situazione, arrivando a lamentarsi della mancanza di prodotti di cosmesi durante l’isolamento. Ma con il passare del tempo – e sotto il peso dell’esposizione mediatica – la sua condotta cambia radicalmente.

Una trasformazione che la Corte collega direttamente al “processo televisivo”, diventato fattore di pressione psicologica continua. Da qui la scelta di escludere una pena “esemplare”, definita esplicitamente sinonimo di “pena ingiusta”, e di optare per una sanzione “rieducativa, equamente commisurata e individualizzata”.


Perché il “caso Diana” deve restare unico

Nel cancellare l’ergastolo, la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha escluso l’aggravante dei futili e abietti motivi, mantenendo solo quella del vincolo di parentela e riconoscendo le attenuanti generiche come equivalenti. L’obiettivo dichiarato è evitare che il “caso Diana”, definito “unico nell’esperienza giudiziaria nazionale”, diventi un precedente simbolico da punire con una pena perpetua.

Non un’assoluzione morale, chiariscono i giudici, ma una scelta di diritto: ferma restando l’eccezionale gravità della vicenda, la risposta dello Stato deve restare conforme ai principi costituzionali e non trasformarsi in vendetta.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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