L’inchiesta si allarga
Il “caso Signorini” si allarga come una matrioska giudiziaria, con nuovi indagati, accuse pesantissime e un fronte legale che coinvolge celebrità, manager e colossi del web. Al centro, un intreccio di querele incrociate, presunti ricatti sessuali, chat intime pubblicate online e una guerra giudiziaria che si gioca tra Procura, tribunali e Dda.
Caso Signorini: accuse di violenza sessuale, estorsione e vendetta porno
Il giornalista Alfonso Signorini, volto Mediaset e direttore del settimanale Chi, è indagato dalla Procura di Milano per violenza sessuale ed estorsione su denuncia dell’ex concorrente del Grande Fratello Vip Antonio Medugno. Quest’ultimo ha parlato di presunti “ricatti sessuali” legati alla partecipazione al programma. Accuse che Signorini ha respinto al mittente anche davanti ai magistrati.
Sul fronte opposto, Fabrizio Corona è indagato per vendetta porno e diffamazione aggravata, per aver pubblicato chat e immagini a sfondo erotico tra Medugno e Signorini nel format YouTube “Falsissimo”, oltre a una serie di affermazioni su presunti “sistemi” interni al mondo Mediaset.
Chi è Alessandro Piscopo, l’ex manager di Medugno indagato
Nell’inchiesta è finito anche Alessandro Piscopo, ex manager di Antonio Medugno, indagato per vendetta porno. Secondo gli inquirenti, sarebbe stato proprio lui a consegnare a Corona le chat e le immagini private del modello, poi trasmesse pubblicamente.
Piscopo, interrogato in Procura a Milano dai pm Letizia Mannella e Alessandro Gobbis, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Gli investigatori stanno ricostruendo la catena di diffusione del materiale privato e le responsabilità individuali.
Google nel mirino: perché i manager sono iscritti ma le società no
Un capitolo a parte riguarda Google. I manager di Google Italy e Google Ireland sono stati iscritti nel registro degli indagati per concorso in diffamazione e ricettazione, sulla base di un esposto dei legali di Signorini. Secondo la difesa del conduttore, la piattaforma avrebbe ospitato e monetizzato contenuti illeciti senza rimuoverli, nonostante richieste documentate e reiterate.
Tuttavia, le società Google non sono indagate, perché le ipotesi contestate non rientrano tra i reati previsti dalla legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti. Un dettaglio tecnico che segna una linea netta tra responsabilità individuale e corporate, ma che non spegne il dibattito sulla responsabilità dei colossi del web nella diffusione di contenuti sensibili.
Le mosse di Mediaset e la richiesta di bloccare Corona dai social
I legali di Signorini e Mediaset, Domenico Aiello e Salvatore Pino, hanno chiesto alla Direzione distrettuale antimafia di Milano l’attivazione di una misura di prevenzione contro Corona, per impedirgli l’uso di social network e dispositivi informatici.
Secondo la difesa, l’ex paparazzo starebbe conducendo una “campagna diffamatoria” a scopo di lucro, sfruttando YouTube per generare ricavi dalla permanenza online dei contenuti contestati. Il dossier è ora al vaglio della Dda, un passaggio che segnala la gravità attribuita alla vicenda.
Querele incrociate e “campagna diffamatoria”: il fronte giudiziario
Il quadro è quello di una guerra legale a più livelli: penale, civile e amministrativo. Da un lato le accuse di Medugno contro Signorini, dall’altro le querele per diffamazione e vendetta porno contro Corona e Piscopo, con il coinvolgimento dei manager di Google per la gestione dei contenuti.
Nel frattempo, un giudice civile ha già disposto l’inibitoria per Corona, con ordine di rimozione delle puntate contestate e consegna del materiale utilizzato. Pende anche una proposta di misura restrittiva sull’uso dei social, un precedente potenzialmente clamoroso nel panorama mediatico italiano.
Il “caso Signorini” è ormai molto più di uno scandalo televisivo: è un laboratorio giudiziario sul potere dei media, la privacy nell’era digitale e i limiti della libertà di esposizione online. E il nome di Alessandro Piscopo, ex manager di Medugno, potrebbe rivelarsi uno dei tasselli chiave per capire chi ha acceso la miccia di una delle tempeste mediatiche più esplosive degli ultimi anni.

