Il nome che emerge tra guerra e diplomazia
Nel pieno delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, un nome inizia a circolare con insistenza nei circuiti diplomatici: Mohammad Ghalibaf.
Secondo fonti israeliane, sarebbe proprio lui — attuale presidente del Parlamento iraniano — l’uomo con cui Washington starebbe cercando un canale di dialogo per arrivare a una de-escalation del conflitto. Un’indiscrezione che, se confermata, segnerebbe un passaggio delicato nella crisi.
Ma da Teheran arriva una smentita netta: nessun negoziato in corso con gli Stati Uniti.
Un profilo tra esercito, politica e potere
Ghalibaf, 64 anni, non è una figura qualsiasi. È uno degli ultimi esponenti di alto livello rimasti in piedi nell’architettura del potere iraniano, in una fase segnata da instabilità e vuoti ai vertici.
La sua carriera attraversa tre dimensioni fondamentali:
militare, politica e amministrativa.
Dopo aver partecipato alla guerra Iran-Iraq nelle fila della milizia Basij, entra nei Pasdaran, dove diventa comandante dell’aeronautica. Successivamente guida la polizia nazionale e, dal 2005 al 2017, è stato sindaco di Teheran, guadagnandosi una reputazione di amministratore pragmatico, capace di modernizzare infrastrutture e servizi.
Il politico che non è mai diventato presidente
Nonostante il peso politico, Ghalibaf ha sempre sfiorato il vertice senza mai raggiungerlo.
Si è candidato più volte alla presidenza della Repubblica, senza successo. Nel 2024 ha perso contro Masoud Pezeshkian, esponente più moderato.
Un percorso segnato anche da ombre: negli anni è stato coinvolto in diversi scandali di corruzione, legati soprattutto alla gestione immobiliare durante il suo mandato da sindaco. Vicende che hanno frenato la sua ascesa definitiva.
Linea dura e fedeltà al regime
Se c’è un tratto che definisce Ghalibaf, è la fermezza.
Nel corso della sua carriera ha sostenuto politiche securitarie rigide, partecipando anche alla repressione di proteste interne. Le sue dichiarazioni contro gli Stati Uniti sono state spesso durissime, con minacce esplicite di ritorsioni in caso di attacchi.
Un profilo, dunque, apparentemente poco compatibile con un ruolo di mediatore.
Eppure, proprio questa sua posizione — radicata nell’establishment e vicina ai centri di potere — potrebbe renderlo una figura chiave in una fase di transizione.
Perché proprio lui
L’eventuale scelta di Ghalibaf come interlocutore non sarebbe casuale.
In un contesto segnato da tensioni, proteste e vuoti di leadership, rappresenta una figura di continuità del sistema, capace di tenere insieme le diverse anime del regime: militare, politica e istituzionale.
Un uomo che conosce gli equilibri interni e che potrebbe garantire stabilità, almeno nel breve periodo.
La smentita ufficiale di Teheran
Nonostante le indiscrezioni, la posizione ufficiale dell’Iran resta chiara.
Il portavoce del ministero degli Esteri ha escluso l’esistenza di negoziati diretti con Washington, pur ammettendo che messaggi indiretti sarebbero arrivati tramite Paesi terzi.
La linea resta dura: qualsiasi attacco alle infrastrutture strategiche iraniane — in particolare energetiche — riceverà una risposta immediata e decisiva.
Una partita ancora aperta
Sul tavolo resta anche una possibile scadenza: secondo fonti israeliane, gli Stati Uniti punterebbero a chiudere il conflitto entro il 9 aprile.
Un obiettivo ambizioso, che si scontra però con la complessità degli equilibri regionali e con le smentite ufficiali.
In questo scenario, Ghalibaf resta una figura centrale.
Non necessariamente il negoziatore, ma certamente uno degli uomini da osservare.

