Pamela Genini con Gianluca SoncinPamela Genini con Gianluca Soncin

Delitto Pamela Genini, il processo immediato segna la stretta finale su Soncin

Il delitto Pamela Genini entra nella sua fase decisiva sul piano giudiziario. La Procura ha chiesto il processo con rito immediato per Gianluca Soncin, segnando una svolta netta: niente udienza preliminare, si va direttamente davanti alla Corte d’Assise.

Una scelta che fotografa la convinzione degli inquirenti di avere in mano un quadro probatorio solido. Le accuse sono pesanti e strutturate: omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai futili motivi e dalla relazione affettiva terminata.

Viene invece esclusa l’aggravante dello stalking, inizialmente contestata. Ma il peso dell’impianto accusatorio resta intatto. E soprattutto cambia lo scenario processuale: con queste imputazioni, Soncin non potrà accedere al rito abbreviato e rischia l’ergastolo.


Le 76 coltellate e la premeditazione: cosa emerge dalle carte

Secondo la Procura, l’omicidio non è stato il frutto di un’escalation improvvisa. Al contrario, sarebbe stato pianificato con anticipo. Gli inquirenti parlano apertamente di una azione premeditata, maturata almeno una settimana prima. Il dato che ridefinisce tutto è quello emerso dalla relazione finale dell’autopsia: 76 coltellate. Un numero che trasforma il delitto da tragico a sistemico, rafforzando in modo determinante l’aggravante della crudeltà.,

In questo quadro si inserisce il dettaglio del duplicato delle chiavi, che avrebbe consentito a Soncin di entrare nell’appartamento della vittima in zona viale Monza. Un elemento che rafforza l’idea di una vera e propria incursione, definita nelle carte come una “spedizione punitiva”.

Il giudice esclude che la decisione di uccidere sia nata il giorno stesso, magari durante un litigio o a seguito della volontà della giovane di interrompere la relazione. La scelta, secondo questa lettura, era già stata presa.

Quando l’uomo entra nell’appartamento di via Iglesias con il coltello portato da casa, si limita a dare esecuzione a un piano già definito. Una dinamica che viene sintetizzata in una frase diventata centrale nell’impianto accusatorio: “o con me o con nessun altro”.

Una motivazione che il gip definisce futile e bieca, priva di qualsiasi attenuante sul piano umano.


Il contesto di violenza: le testimonianze sul rapporto tra Soncin e Pamela

A sostenere la contestazione della crudeltà e dei futili motivi c’è anche il quadro relazionale emerso dalle indagini. Le testimonianze parlano di un rapporto segnato da violenze e vessazioni, descritto da chi conosceva la coppia come un legame tossico.

Le amiche della vittima hanno messo a verbale episodi di aggressioni e comportamenti violenti. Un pattern che, secondo gli inquirenti, non è occasionale ma strutturale.

Tra gli episodi più rilevanti c’è quello dell’estate 2024 all’Isola d’Elba: minacce, aggressioni fisiche e un’escalation che avrebbe portato anche al tentativo di buttarla dal balcone. Parole e gesti che oggi assumono un peso diverso alla luce dell’esito finale.

Anche altre testimonianze confermano un quadro di sofferenza progressiva, con segni evidenti di violenza fisica già nei mesi precedenti.


Dodici ore di interrogatorio per Dolci e i genitori: il secondo fronte dell’inchiesta

Parallelamente al filone principale sull’omicidio, si muove un secondo livello investigativo. Ed è qui che si inserisce il lungo interrogatorio di Francesco Dolci, ex fidanzato della vittima, ascoltato insieme ai genitori per 12 ore dai carabinieri di Bergamo.

Un’attività svolta a sommarie informazioni testimoniali, quindi in qualità di persona informata sui fatti. Un passaggio che riguarda un filone distinto, ma che contribuisce a delineare il contesto complessivo attorno alla figura di Pamela Genini.

Intervenuto in diretta a Ore 14 su Rai 2, Dolci ha ribadito la sua posizione: “non mi sono mai sentito un sospettato”, sottolineando la piena collaborazione con gli inquirenti. “Secondo me credono a quello che gli sto dicendo”. Ha spiegato di essere stato ascoltato più volte e di essere ormai abituato a interrogatori lunghi e approfonditi.

Centrale il suo ruolo nella ricostruzione della vita della vittima. “Sono l’ultima memoria vivente della vita di Pamela”, ha dichiarato, evidenziando come molte persone, per paura, non vogliano parlare.

Nel corso dell’interrogatorio sono stati acquisiti anche materiali come le fotografie della lapide, oggetto di copia forense. E Dolci ha raccontato di aver ricevuto minacce nelle settimane precedenti, tutte denunciate. Inoltre ha precisato di aver atto copia forense alle foto che avevo fatto alla lapide di Genini. “Sono stato ascoltato anche da un carabiniere psicologo che mi ha chiesto delle persone che gravitavano attorno a Pamela e se riuscissi a dormire la notte”.

Una posizione che lui stesso ha sintetizzato con parole nette: una scelta di campo, quella di contribuire a fare luce su quanto accaduto.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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