Roberto Burioni vaccinoRoberto Burioni

Dopo i casi registrati sulla nave Hondius, il virologo invita alla prudenza

L’Hantavirus torna improvvisamente al centro dell’attenzione internazionale dopo il focolaio registrato a bordo della nave MV Hondius, arrivata nelle ultime ore a Tenerife dopo settimane di navigazione e quarantena nell’Atlantico. A riaccendere il dibattito è stato soprattutto l’intervento del virologo Roberto Burioni durante la trasmissione Che Tempo Che Fa condotta da Fabio Fazio.

Burioni ha invitato a evitare allarmismi, ma allo stesso tempo ha sottolineato che esistono aspetti ancora poco chiari sull’evoluzione del virus. Il motivo? Gli episodi epidemici osservati fino a oggi sono stati molto limitati e questo rende difficile avere certezze assolute sulla capacità di diffusione dell’hantavirus tra esseri umani.

“Per ora non siamo davanti a una nuova epidemia”

Durante il collegamento televisivo, Burioni ha spiegato che il virus non appare attualmente molto contagioso tra le persone, ma ha anche evidenziato come le conoscenze scientifiche siano ancora parziali.

“Quello che sappiamo si basa su episodi epidemici molto piccoli”, ha precisato il virologo, ricordando che il più grande focolaio osservato finora ha coinvolto appena 31 casi.

Secondo Burioni, al momento non ci sarebbero segnali di una nuova pandemia o di una diffusione incontrollata. Tuttavia il vero nodo riguarda il lungo periodo di incubazione dell’hantavirus, che può arrivare fino a 50 giorni.

Ed è proprio per questo che gli esperti stanno osservando con estrema attenzione le persone entrate in contatto con i passeggeri della Hondius. “Se nei prossimi 50 giorni non emergeranno altri positivi, potremo tirare un sospiro di sollievo”, ha spiegato.

Quali sono i sintomi e perché gli esperti monitorano il virus

Uno degli aspetti più delicati riguarda la difficoltà di riconoscere subito l’infezione da Hantavirus. I sintomi iniziali, infatti, possono sembrare comuni: febbre, debolezza e problemi respiratori.

Il problema è che, nei casi più gravi, la situazione può peggiorare rapidamente fino a provocare insufficienze respiratorie molto serie. Burioni ha ricordato che alcune forme di hantavirus presentano una mortalità superiore al 30%.

Ad aumentare l’attenzione degli esperti c’è anche un altro elemento: al momento non esiste una terapia specifica realmente efficace e non è disponibile un vaccino diffuso su larga scala.

Il focolaio sulla Hondius e la paura dopo i primi decessi

La nave Hondius è diventata il centro dell’emergenza sanitaria dopo la conferma di diversi casi a bordo durante una spedizione nei mari antartici. Il bilancio più pesante è quello dei tre decessi registrati tra gli otto casi confermati.

Nelle ultime ore decine di passeggeri sono stati fatti sbarcare a Tenerife attraverso una complessa operazione coordinata dalle autorità spagnole insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità e all’Unione Europea.

Le immagini dello sbarco hanno inevitabilmente riportato alla memoria il periodo del Covid: passeggeri con mascherine, personale sanitario in tuta protettiva e rigidi protocolli di isolamento.

La situazione si è complicata ulteriormente quando uno dei cittadini francesi rimpatriati ha iniziato a manifestare sintomi durante il volo di ritorno in Francia, spingendo le autorità a predisporre immediatamente un isolamento stretto.

Ci sono rischi concreti per l’Italia?

Secondo quanto spiegato dagli esperti, il rischio attuale per l’Italia viene considerato molto basso. Il contagio, almeno allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, sembrerebbe limitato ai contatti molto stretti avuti con le persone presenti sulla nave.

Anche il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ribadito che il rischio globale resta contenuto, sottolineando come l’ultimo caso confermato risalga al 2 maggio.

Tuttavia, proprio l’esperienza vissuta con il Covid ha reso inevitabilmente più alta la sensibilità dell’opinione pubblica verso qualunque focolaio infettivo internazionale. E il punto su cui insistono oggi gli esperti è soprattutto uno: evitare il panico, ma senza sottovalutare i possibili cambiamenti di un virus che la comunità scientifica conosce ancora relativamente poco.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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