Prima intervista dopo l’addio alla Rai per il giornalista, che racconta i retroscena della scelta di passare a Mediaset e lancia diverse stoccate ai vertici di Viale Mazzini
«Quando ho capito che il mio tempo era finito me ne sono andato»
Per settimane si è parlato del suo passaggio dalla Rai a Mediaset. Adesso è Milo Infante a raccontare per la prima volta cosa è realmente accaduto dietro le quinte.
Nella lunga intervista rilasciata a Il Messaggero, il giornalista ripercorre gli ultimi mesi vissuti a Viale Mazzini e spiega che la decisione di lasciare non è stata improvvisa.
«Me ne sono andato dalla Rai quando ho capito che il mio tempo era finito. Restare non aveva più senso», afferma.
Il conduttore sostiene di aver dovuto difendere Ore 14 fin dalla nascita del programma, nonostante gli ascolti ottenuti.
«È sempre stata la Cenerentola di Rai2. Ogni anno dovevo difenderla con il coltello fra i denti».
Tra le accuse più pesanti c’è quella rivolta al responsabile del Day Time Angelo Mellone, che, secondo Infante, avrebbe tentato più volte di sostituire la trasmissione con La porta magica di Andrea Delogu, ritenendo che facesse concorrenza a La volta buona di Caterina Balivo.
Le promesse, il silenzio e la scelta di Mediaset
Infante racconta anche il momento che avrebbe segnato la rottura definitiva.
Durante una cena con l’amministratore delegato Giampaolo Rossi e con il direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, chiese una promozione, la direzione della Struttura Sviluppo Nuovi Format e un adeguamento economico.
La risposta, ricorda, sembrava positiva.
«Mi dissero: “Considera già tutto fatto”. Poi non li ho più sentiti».
Il giornalista rivela inoltre che in Rai percepiva 174.280 euro lordi annui, oltre alla parte variabile prevista per chi conduce programmi.
Dopo mesi senza risposte, inviò una mail comunicando di sentirsi libero di valutare altre opportunità. Il giorno successivo incontrò il responsabile dell’informazione Mediaset Mauro Crippa, dal quale, racconta, nacque subito un’intesa.
Secondo Infante, solo a quel punto dalla Rai sarebbero arrivate nuove proposte, comprese quella di dirigere Rai Digital e l’ipotesi di un contratto esterno economicamente molto più ricco.
«Se avessi voluto fare cassa sarei rimasto», sostiene.
La frecciata a Salvo Sottile su Ore 14
Tra i passaggi destinati a far discutere c’è anche quello dedicato a Salvo Sottile, che dalla prossima stagione prenderà il timone di Ore 14.
Infante racconta di aver visto sui social una locandina con il volto del collega e il logo della trasmissione.
«Mi è sembrata un po’ triste», commenta.
Poi aggiunge che si sarebbe aspettato un cambio di nome del programma.
«Un po’ come quando nel calcio si ritira una maglia».
La replica di Sottile: «Ore 14… con il fuso orario di Mediaset»
La risposta di Salvo Sottile è arrivata poche ore dopo.
Il giornalista ha innanzitutto chiarito che quella locandina non era stata realizzata da lui, ma da un follower, e che non si trattava di alcuna provocazione.
Sul mantenimento del titolo Ore 14, ha ricordato che i programmi televisivi sono marchi editoriali appartenenti alle aziende e che proprio per questo la Rai ha deciso di conservarne il nome.
Poi è arrivata la battuta finale.
«Milo ha chiamato il suo nuovo programma Ore 11. In pratica è Ore 14… con il fuso orario di Mediaset».
E ancora:
«Gli auguro ogni fortuna, ma forse prima di chiedere di ritirare una maglia bisogna entrare nella storia del club. In televisione, come nel calcio, succede davvero a pochissimi».
Le altre stoccate ai vertici Rai
Nell’intervista Infante riserva parole dure anche al presidente facente funzioni della Rai Antonio Marano, con il quale racconta di non avere più rapporti da due anni, e rivela di aver detto all’amministratore delegato Giampaolo Rossi, prima di lasciare l’azienda:
«Non sei circondato da dirigenti alla tua altezza».
Spazio anche al caso Report, con la difesa di Sigfrido Ranucci, che a suo giudizio dovrebbe essere tutelato dalla Rai fino all’accertamento di eventuali responsabilità.
Infine, una riflessione personale sul caso Alberto Stasi. Infante ammette di sentirsi in colpa per aver contribuito, negli anni, alla sua “mostrificazione” mediatica e sostiene che un cronista debba sempre mantenere il dubbio, senza dare mai nulla per scontato.

