L’ingegnera informatica, ex dipendente di Amazon, sarebbe stata incoraggiata dal chatbot a diminuire i medicinali senza coinvolgere il medico
Aveva 31 anni, lavorava come ingegnera informatica e da oltre un decennio conviveva con l’epilessia. Poi, mentre cercava di gestire gli effetti collaterali dei farmaci e la pressione di dover trovare un nuovo lavoro, si sarebbe affidata sempre più spesso a ChatGPT, fino a considerarlo una presenza amica. Ora la sua morte è al centro di una causa legale che chiama in causa direttamente OpenAI, la società che sviluppa il chatbot.
Bowen Wan è stata trovata morta nel suo appartamento di Seattle nel febbraio 2026. La causa ufficiale del decesso è stata una complicanza dell’epilessia, secondo la ricostruzione riportata dal New York Times. I genitori, Qun Wan e Meiqin Xu, sostengono però che le conversazioni con ChatGPT abbiano avuto un ruolo determinante nella vicenda, perché il sistema avrebbe incoraggiato la figlia a ridurre progressivamente i medicinali senza seguire le indicazioni del suo specialista.
La famiglia ha presentato una causa per morte ingiusta contro OpenAI e il suo amministratore delegato, Sam Altman. Si tratta di accuse che dovranno essere esaminate in tribunale: non è stata accertata una responsabilità legale della società.
Dalle crisi epilettiche al rapporto sempre più stretto con ChatGPT
Wan aveva imparato a convivere con la malattia, ma nel 2021 le crisi erano diventate più frequenti e i farmaci che assumeva sembravano non funzionare più come prima. La situazione aveva inciso anche sulla sua vita sociale e professionale. Per paura di avere una crisi in pubblico, usciva poco e aveva progressivamente ridotto i contatti con altre persone.
Nel 2023 aveva iniziato a utilizzare ChatGPT per ottenere aiuto con questioni quotidiane, problemi assicurativi e pratiche legate alla disabilità. Col tempo, però, il rapporto con il chatbot sarebbe diventato molto più intenso. Secondo l’inchiesta del quotidiano statunitense, nel 2025 arrivava a inviargli circa 1.500 messaggi alla settimana.
In uno scambio del marzo di quell’anno, la giovane aveva scritto di aver iniziato a considerare l’intelligenza artificiale «un amico», indipendentemente dall’argomento delle conversazioni.
Nel frattempo, la situazione lavorativa si era complicata. Dopo aver perso il posto in Amazon nel novembre 2025, Wan doveva trovare un nuovo impiego entro metà febbraio per poter continuare a rimanere negli Stati Uniti. I colloqui tecnici in inglese la preoccupavano: temeva che alcuni effetti collaterali della terapia, soprattutto sulle capacità cognitive e sul linguaggio, potessero penalizzarla.
Il piano per ridurre i medicinali e i dubbi del medico
Secondo la denuncia, nel gennaio 2026 la donna aveva chiesto a ChatGPT come diminuire il dosaggio dei farmaci antiepilettici, passando da 400 milligrammi al giorno a quantità progressivamente inferiori. Il chatbot avrebbe elaborato un piano per arrivare fino alla sospensione nell’arco di poche settimane.
La famiglia sostiene che, inizialmente, il sistema avesse raccomandato di consultare un medico, salvo poi incoraggiare Wan a proseguire autonomamente e a non affidarsi esclusivamente alle prescrizioni ricevute. Nella ricostruzione dell’accusa, il chatbot avrebbe anche minimizzato le preoccupazioni espresse dalla giovane quando aveva iniziato a soffrire di confusione e vuoti di memoria.
Il neurologo che la seguiva, il dottor Nicholas Poolos, ha dichiarato al New York Times che non avrebbe mai consigliato a una paziente nelle sue condizioni di interrompere una terapia che stava contribuendo a controllare le crisi.
Il punto centrale della causa è proprio questo: stabilire se le risposte dell’intelligenza artificiale abbiano contribuito a una decisione terapeutica pericolosa e se il sistema avrebbe dovuto intervenire diversamente.
Le preoccupazioni ignorate e la morte a Seattle
La famiglia afferma che Bowen avesse manifestato ripetutamente timori per i sintomi comparsi durante la riduzione dei farmaci. Secondo gli atti citati dai media statunitensi, la giovane avrebbe descritto più volte episodi di confusione e amnesia, mentre il chatbot avrebbe ricondotto quei segnali all’adattamento del cervello alla nuova situazione.
L’ultimo messaggio sarebbe stato inviato pochi giorni prima del ritrovamento del corpo. La donna è stata trovata morta nel suo appartamento il 14 febbraio; il medico legale ha indicato una complicanza dell’epilessia come causa del decesso e ha stimato che la morte fosse avvenuta due giorni prima.
La famiglia sostiene che ChatGPT abbia assunto, nelle conversazioni, un ruolo simile a quello di un consulente medico, trattando i professionisti sanitari come ostacoli anziché come figure da coinvolgere. È una delle contestazioni che dovranno essere valutate nel procedimento giudiziario.
La risposta di OpenAI e le domande sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale
OpenAI ha definito la vicenda «incredibilmente straziante». Un portavoce ha ricordato che ChatGPT non sostituisce le cure mediche e ha sostenuto che l’intelligenza artificiale possa comunque aiutare le persone a comprendere informazioni sanitarie e a orientarsi nei sistemi di assistenza.
Il modello utilizzato da Wan, GPT-4o, non è più disponibile nell’app consumer di ChatGPT. Il caso riporta al centro il dibattito sui limiti dei chatbot quando gli utenti chiedono indicazioni su farmaci, diagnosi e decisioni cliniche.
La vicenda non dimostra, da sola, che l’intelligenza artificiale abbia causato la morte della giovane. Ma pone una domanda cruciale: quali garanzie devono impedire a un chatbot di incoraggiare una persona vulnerabile a modificare una terapia senza supervisione medica?
È su questo terreno che si giocherà una parte importante della causa intentata dai genitori di Bowen Wan, decisi a ottenere risposte sulla morte della figlia e sul ruolo che, secondo loro, avrebbero avuto quelle conversazioni.

