Roberta Carassai in lacrime a VerissimoRoberta Carassai in lacrime a Verissimo

Alessandro Venturelli scomparso: nuova archiviazione dopo 5 anni di ricerche

Cinque anni di attesa, speranze e mobilitazioni. E ora un’altra archiviazione. Il caso di Alessandro Venturelli, scomparso a Sassuolo il 5 dicembre 2020, viene nuovamente chiuso dal Gip del Tribunale di Modena con la stessa motivazione: allontanamento volontario.

È il terzo provvedimento di questo tipo. Una decisione che non spegne però la battaglia della famiglia, che continua a chiedere verità e soprattutto nuove ricerche. In questi anni la mobilitazione non si è mai fermata, guidata dalla madre Roberta Carassai, diventata simbolo di una lotta che va oltre il singolo caso.


“Non vorrei piangere così, ma sono sfinita”: il crollo della madre a Verissimo

L’intervista andata in onda il 19 aprile è una testimonianza durissima. Roberta Carassai entra in studio e scoppia subito in lacrime.

“Non vorrei piangere così, ma sono sfinita”.

Un dolore che attraversa ogni parola. Un pianto continuo che racconta meglio di qualsiasi spiegazione cosa significhi vivere cinque anni senza risposte.


“Sapeva che sarebbe andato via”: il racconto del padre

Accanto a lei, il padre Roberto Venturelli prova a ricostruire gli ultimi momenti.

Le ore prima della scomparsa

“Quella mattina avevamo litigato, ma era una discussione creata da lui. Sapeva che sarebbe andato via”.

Un dettaglio che lascia aperti interrogativi profondi. Il padre parla di una decisione già maturata, quasi preparata.


“Sembrava avesse paura”: il mistero mai chiarito

La madre aggiunge un elemento che, a distanza di anni, resta uno dei punti più inquietanti.

“Sembrava che avesse paura, ma non siamo riusciti a capire di cosa”.

Una paura mai spiegata, rimasta sospesa nel tempo.


“Papà cosa ti ho fatto”: l’ultima frase che pesa dopo 5 anni

C’è una frase che non lascia pace.

Il ricordo più doloroso

Quando il padre prova a fermarlo, Alessandro dice:
“Papà cosa ti ho fatto”.

Parole che oggi assumono un peso enorme, diventando uno degli ultimi frammenti di quella mattina.


“Sono 5 anni che cerco da sola mio figlio”: l’accusa alle istituzioni

La rabbia emerge con forza. Roberta Carassai denuncia l’assenza di supporto.

“Abbiamo denunciato dopo un’ora, ma per mesi non è stato fatto nulla perché si parlava di allontanamento volontario”.

Un’accusa diretta alle istituzioni, considerate assenti in una fase cruciale.


“Ho avuto un aneurisma, 40 giorni di coma”: il prezzo di una ricerca senza fine

Il dolore ha avuto conseguenze devastanti.

Il racconto più drammatico

“Io arrivo da un aneurisma cerebrale. Sono stata 40 giorni in coma”.

Un passaggio che segna il corpo oltre che l’anima. Eppure, anche dopo quel buio, la madre è tornata a cercare.

“Mi sono svegliata perché ho bisogno di mio figlio”.

“Non crediamo viva come un clochard”: le ricerche e i dubbi della famiglia

Dopo cinque anni, una convinzione resta ferma per i genitori: Alessandro non è scomparso per vivere ai margini.

“Non crediamo che viva come un clochard”.

È una linea chiara, netta, che orienta anche le ricerche. La famiglia non ha mai smesso di cercarlo, seguendo ogni segnalazione possibile, senza mai accettare l’idea di una sparizione definitiva o di una scelta di isolamento.


Torino e quell’incontro: “Ho aiutato un’altra madre”

Tra i momenti più forti del racconto c’è quello legato a Torino, una delle tappe delle ricerche. Oltre 60 segnalazioni in un mese.

Il gesto che racconta tutto

“In quel periodo ho trovato un altro ragazzo scomparso e l’ho messo in contatto con la sua mamma. Ho fatto quello che spero un’altra persona faccia per me”.

Un episodio che assume un significato profondo. In mezzo al dolore, Roberta Carassai è riuscita a fare per un’altra famiglia ciò che spera un giorno accada per lei.

“In quel momento ero felice”.

Una felicità breve, ma intensa, che racconta la dimensione umana di una ricerca che non è mai solo personale.


“Dietro ogni scomparso ci sono famiglie sole”: l’appello al Governo

La denuncia si trasforma in un appello diretto alle istituzioni.

“Non potete continuare a ignorare il problema degli scomparsi”.

La madre di Alessandro allarga lo sguardo, sottolineando come dietro ogni caso ci siano famiglie lasciate sole, costrette a muoversi senza supporto.

“Dietro di loro ci sono famiglie abbandonate a loro stesse”.

Parole che chiamano in causa direttamente la politica e chiedono un cambio di passo.


“È una lotta tra noi e le istituzioni”: la rabbia per le indagini

Il rapporto con le istituzioni è uno dei punti più critici.

“Sembra una lotta tra noi e le istituzioni”.

Una frase che sintetizza anni di frustrazione. Dalla gestione iniziale del caso alle difficoltà nelle verifiche internazionali, la famiglia racconta ostacoli continui.

“Non riesco più ad accettare questa indifferenza”.

Un’accusa forte, che arriva dopo cinque anni senza risposte.


Rotterdam e le segnalazioni: una pista che resta aperta

L’ultima segnalazione porta a Rotterdam, città già collegata alle ricerche effettuate da Alessandro prima della scomparsa.

Ma anche qui emergono ostacoli.

“La polizia olandese non fa niente senza mandato”.

Un’altra frustrazione, un altro limite che rallenta la ricerca.

“Gli amici avevano notato un cambiamento”: i segnali prima della scomparsa

Negli ultimi tempi, Alessandro aveva mostrato segnali che oggi assumono un peso diverso.

Il racconto degli amici

“Non si confidava più neanche con loro”.

Anche gli amici, ascoltati nel corso degli anni, hanno parlato di un cambiamento nel suo comportamento.

“Si sentono in colpa perché avevano notato qualcosa”.

Un senso di responsabilità che si aggiunge al dolore e ai tanti interrogativi ancora aperti.


“Dormo sul divano e lo aspetto”: una vita sospesa

La quotidianità si è fermata al giorno della scomparsa.

Roberta Carassai racconta di dormire ancora sul divano, come se Alessandro potesse rientrare da un momento all’altro.

“Gli dico: mandami un segnale, io sono qui”.

Un’attesa che non conosce fine.


“Io rivoglio mio figlio”: l’appello che va oltre il caso

Il messaggio finale è un grido.

“Il problema degli scomparsi esiste. Non potete continuare a ignorarlo”.

Non è solo una madre che chiede risposte, ma una voce che rappresenta tante famiglie nella stessa condizione.

“Non mollerò mai. Io voglio mio figlio”.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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