Il tribunale di TrevisoIl tribunale di Treviso

Cosa è successo nel bar di Mansuè

Una vicenda che sembrava chiara, quasi scolpita nelle accuse iniziali, si è invece sgretolata in aula. Protagonista un imprenditore 75enne di Mansuè, finito a processo con accuse pesantissime: violenza sessuale, minacce e aggressione ai danni di una cameriera.

I fatti risalgono al 18 aprile 2022, in un bar del paese, il Villeneuve. Secondo la ricostruzione iniziale, l’uomo — cliente abituale — avrebbe palpeggiato due volte il fondoschiena della cameriera, una donna di 45 anni, per poi reagire con violenza alla sua opposizione.

Ma il processo ha raccontato una storia diversa. O meglio: non abbastanza solida da reggere le accuse più gravi.


Le accuse: palpeggiamenti, minacce e schiaffi

La denuncia della cameriera era stata dettagliata. L’uomo, entrato nel locale a metà mattina per un caffè, avrebbe iniziato a conversare con lei, per poi allungare le mani.

La prima volta, secondo la donna, era stata ignorata per evitare tensioni. Alla seconda, però, la reazione: la cameriera avrebbe respinto il gesto, chiedendo rispetto.

A quel punto, sempre secondo l’accusa, il 75enne avrebbe perso il controllo:

  • insulti e minacce (“Ti spacco la faccia, tu non sai chi sono”)
  • due schiaffi al volto
  • uno strattonamento violento

Un’escalation che aveva portato la donna a recarsi al pronto soccorso di Oderzo, dove le erano state diagnosticate lesioni al volto e alla spalla, con una prognosi di cinque giorni.


Il processo: cosa hanno stabilito i giudici?

In aula, però, il quadro accusatorio ha subito un ridimensionamento decisivo.

Il tribunale ha stabilito che:

  • non sussiste la violenza sessuale
  • non sussistono le minacce
  • resta invece una responsabilità per le lesioni fisiche

Risultato: assoluzione dalle accuse più gravi e una condanna limitata a mille euro di multa.

Un epilogo che ribalta la percezione iniziale del caso.


Le prove e il nodo delle telecamere

Elemento centrale del processo erano le immagini di videosorveglianza del locale, consegnate agli inquirenti dalla titolare del bar.

Quelle immagini, però, non avrebbero confermato in modo inequivocabile i presunti palpeggiamenti. Un dettaglio determinante: senza riscontri chiari, l’accusa di violenza sessuale non ha retto.

Diverso il discorso per l’aggressione fisica. Le lesioni riportate dalla cameriera e altri elementi emersi in aula hanno convinto il giudice a riconoscere una responsabilità, seppur limitata, dell’imputato.


Recidiva contestata, ma non provata

La Procura aveva contestato anche la recidiva reiterata, ipotizzando comportamenti simili già avvenuti in passato.

Ma anche su questo fronte, le prove non sono risultate sufficienti per sostenere l’impianto accusatorio.

Un altro tassello che ha contribuito all’assoluzione dalle accuse più pesanti.


Un caso che divide: tra giustizia e percezione

La sentenza lascia spazio a interpretazioni e polemiche. Da un lato, la linea del tribunale: servono prove solide, non bastano le dichiarazioni. Dall’altro, il racconto della vittima, che resta segnato da un episodio comunque violento.

Il punto è sottile ma cruciale:

  • non tutto ciò che viene denunciato trova conferma processuale
  • ma non tutto ciò che non viene provato è necessariamente inesistente

Nel mezzo, una verità giudiziaria che non sempre coincide con quella percepita

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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