di Alessandro Cantoni
La condanna giudiziaria e l’illusione dell’infallibilità
A fronte dell’opinione pubblica, un uomo che viene condannato in tribunale è considerato colpevole sotto ogni punto di vista. Non soltanto quello della legge, ma su un piano che potremmo definire esistenziale. In qualche modo, è come se l’ordinamento giuridico – composto da uomini, non da divinità – possedesse di per sé un valore universale e indiscutibile.
È evidente che dietro questo pensiero non c’è sempre malafede, bensì l’ingenuità di chi ripone una fiducia eccessiva nell’integrità dei magistrati, i quali – proprio come noi – hanno debolezze, pregiudizi, sentimenti, e non sono quei cubetti di ghiaccio che siamo soliti rappresentare alla nostra immaginazione.
Il caso Socrate e il rapporto tra filosofia e potere
Il caso di Socrate è emblematico, poiché a distanza di oltre milleseicento anni, ha ancora qualcosa da suggerirci sul sistema penale contemporaneo.
Ma chi è Socrate? Cominciamo a dire che non è l’anarchico apolide che talvolta ci viene presentato, in maniera esagerata, da alcuni critici. La sua figura è complessa sul piano psicologico e culturale, perché rappresenta la rottura ed insieme la continuità ai valori del suo tempo.
Si è discusso a lungo se la sua adesione ai modelli politici, giuridici e culturali fosse autentica o semplicemente formale. Difficile dirlo, e certo non avremo più l’onore di chiederglielo.
Tutte le informazioni che possediamo su di lui ci giungono filtrate da altri filosofi o letterati suoi contemporanei, o vissuti in età postuma. Insomma, Socrate è il grande mistero: l’Omero della filosofia. Una specie di fantasma, che potremmo quasi credere non essere esistito in carne ed ossa, ma soltanto idealmente, come un archetipo di sana, autentica filosofia.
Il processo a Socrate e la paura delle idee
Ma consideriamo quello che è l’episodio cruciale della sua vita: il processo in cui viene accusato di blasfemia, di ribellione e di corruzione. Non la corruzione delle mazzette o delle tangenti, ma quella – considerata ancor più grave di tutte le altre – intellettuale.
Il pensiero di Socrate era tentacolare e dissacrante, nel senso che disturbava quelli che si crogiolavano nelle proprie certezze, a cominciare dalla classe politica sostenitrice della democrazia.
Dietro la parola “democratico” si nascondono profonde insidie che soltanto i meno ingenui riescono a ravvisare. La democrazia – esattamente come la monarchia, l’oligarchia e tutte le altre forme di potere governativo – è un regime che mira alla propria stabilità e all’autoconservazione.
Le democrazie liberali sono più tolleranti, ma cessano di esserlo nel momento in cui sentono che qualcuno potrebbe minacciare le basi su cui si sorregge.
La democrazia, il dissenso e l’emarginazione sociale
La democrazia ateniese ai tempi di Socrate era certamente meno liberale delle democrazie occidentali moderne, e tuttavia non è cambiato molto da allora.
I dissidenti non vengono certo reclusi per le loro idee, ma subiscono quell’emarginazione sociale di cui si serve la democrazia stessa per minimizzare – quando proprio non è possibile neutralizzare – eventuali germi antidemocratici.
Si badi che le critiche alla democrazia non prevengono soltanto da ambienti reazionari o rivoluzionari, ma anche da semplici persone che non condividono una certa mentalità o determinati meccanismi politici, sociali ed economici.
Persone, insomma, innocue, proprio come Socrate, il quale continuava a fare il proprio dovere di cittadino e di fedele, ma allo stesso tempo disseminava dubbi e faceva autocritica.
Perché Socrate venne condannato
Perché, allora, è stato condannato? A causa di un sommovimento oligarchico al quale avevano partecipato alcuni suoi “alunni” – tra cui il celebre Alcibiade – del quale non fu diretto responsabile, ma venne considerato complice sul piano culturale.
Le sue idee furono messe sotto processo; non le sue azioni, che furono sempre oneste nel senso della legalità.
Quelle idee, secondo gli accusatori, avevano prodotto il germe dell’oligarchia e sentimenti contrari al buonsenso comune e alla moralità pubblica.
La giustizia è sempre figlia del proprio tempo?
Questo episodio significativo della storia-filosofia ci dà motivo di riflettere su un ulteriore aspetto della giustizia umana: essa è sempre legata a delle circostanze, è circostanziale.
Il contesto entro il quale si giudica non è mai neutro. Si verificano motivi circostanziali che non costituiscono necessariamente delle minacce concrete, ma talvolta semplicemente ideali.
Il clima ideologico è determinante: il potere democratico che si sente minacciato condanna i suoi sospetti.
È avvenuto anche negli anni Cinquanta, in America, con il Maccartismo, o in Italia durante la stagione di Mani Pulite, dove un semplice sospetto diventava motivo di persecuzione.
Esistono anche oggi temi caldi e sensibili che suscitano il desiderio di forzare la realtà dei fatti, piegandoli in una direzione piuttosto che un’altra.
Colpevolezza, ideologia e percezione pubblica
Il condannato, insomma, non è oggettivamente un colpevole, ma l’importanza del crimine è proporzionata a quanto esso è ritenuto grave in quel dato momento storico.
Oltre alla presunta oggettività delle prove si aggiungono una serie di elementi poco oggettivi, molto ideologici, psicologici e temporali, che annullano alcuni aspetti favorevoli all’imputato.
La rettitudine di Socrate è stata considerata del tutto ininfluente dai suoi accusatori.
Perché Socrate accettò la condanna
Per quale motivo allora, come ci spiega Platone nel Critone, il prigioniero non si è ribellato e non ha cercato di evadere?
Qui assistiamo ad un atteggiamento completamente opposto a quello assunto secoli dopo da Meursault nel romanzo Lo straniero di Camus.
Socrate non era un uomo che si lasciava spingere dalle circostanze e dall’apatia. La sua non è l’indifferenza di un uomo corrotto, perduto e trascinato dagli avvenimenti esteriori.
È la ferma consapevolezza di avere un unico padrone: sé stesso e la propria coscienza.
Se il mondo desidera avere il suo spettacolino, che si diletti pure.
Il significato della cicuta e della libertà interiore
La vicenda socratica ricorda più quella del protagonista de L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo, sebbene Socrate fosse più stoico e virile nel carattere.
A spiegare la vicenda c’è anche tutta la rassegnazione nel fatto che la legge non può cambiare né piegarsi a delle ragioni superiori, insondabili a chi ha il cuore di pietra e impenetrabili ai codici di diritto.
Tanto vale morire, ma questa volta senza paura o vergogna: a testa alta, per mostrare alla folla che non temiamo i suoi giudizi, i suoi indici puntati, i suoi atti d’accusa spietati e sordi.
Socrate non attende la grazia come il prigioniero senza nome di Hugo. Vuole dimostrare di essere superiore ai suoi accusatori accettando la punizione, perché lui – a differenza dello Stato – sa comprendere le ragioni altrui ed ascoltare.
Bevendo la cicuta, il veleno che è costretto a bere dal tribunale ateniese, egli sa che la sua anima potrà finalmente tornare ad abitare quel luogo in cui la coscienza è sola con sé stessa e certa della propria integrità.
Non si può mai essere davvero liberi tra gli altri uomini.

