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La guerra in Ucraina ha riportato alla ribalta un tema rimosso dalla nostra cultura occidentale. Ma il rimosso, come insegna la psicoanalisi, prima o poi riemerge. Abituati al racconto di guerre lontane dai nostri confini, in città e territori dai nomi impronunciabili, mai ci saremmo aspettati invece un conflitto nel cuore dell’Europa.

Guerra e letteratura

La guerra d’altronde è un tema fondamentale della letteratura perché purtroppo è una costante nella storia umana. Se la presenza dell’uomo sul pianeta è paragonabile a un battito di ciglia potremmo dire che la maggior parte del tempo la specie umana l’ha impiegata a fare la guerra contro i propri simili. La prima pietra scagliata contro il nemico, la fionda di Davide fino alle baionette, alle pistole per arrivare ai kalashnikov, raccontano quanto l’uomo nel corso dei secoli abbia escogitato per recare offesa ai propri simili. I periodi di pace potrebbero definirsi brevi tregue, parentesi tra una guerra e l’altra.

La guerra, dicevamo è un tema nodale della letteratura. Non può stupire quindi che uno dei più grandi capolavori fondativi della letteratura occidentale, l’Iliade, sia incentrato sulla narrazione di una guerra. E’ significativo che ancor prima la Bibbia nei testi veterotestamentari definisca il Dio degli israeliti come Signore degli eserciti, conferendogli quindi una precisa caratterizzazione bellica. Sempre il testo biblico ci dà la notizia della prima guerra tutta familiare che il fratello muove contro il suo stesso sangue, Caino contro Abele: è il primo omicidio nella storia. Tacito, lo storico romano rende perfettamente l’immagine di devastazione che ogni guerra porta con sè: ubi solitudinem faciunt pacem appellant dove fanno il deserto, lo chiamano pace.

Se pensiamo solo al Novecento, il secolo definito breve e lungo, per la prima volta nella storia i conflitti mondiali hanno messo a repentaglio la sopravvivenza dell’intero pianeta. Con la scoperta della bomba atomica utilizzata nella seconda guerra mondiale una nuova terribile spada di Damocle pende minacciosa sul destino dell’umanità. D’altronde la letteratura non ha sempre esecrato la guerra, ma in qualche raro caso vi ha inneggiato con toni encomiastici. Basti pensare al Manifesto del Futurismo di Filippo Tommasi Marinetti pubblicato da “Le Figaro” nel 1909 dove si afferma: “Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igiene del mondo”.

Dal Manifesto del Futurismo a Quasimodo

Quasimodo invece sempre nel Novecento definisce l’uomo come: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”. Ed ancora: “Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche ,alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo”. Ungaretti, altro poeta del Novecento, descrive intensamente l’esperienza al fronte. In San Martino del Carso il 27 agosto 1916 scrive: “Ma nel cuore

Nessuna croce manca

È il mio cuore

Il paese più straziato”. E in Veglia il 23 dicembre 1915 Ungaretti che ha visto e quasi toccato la morte da vicino si scopre ferocemente attaccato alla vita. Eros e thanatos per dirla con Freud.

Sempre nella letteratura del Novecento, nelle pagine conclusive del romanzo La coscienza di Zeno di Italo Svevo ci è dato rinvenire una tematica molto attuale: quello della guerra atomica: “La vita attuale è inquinata alle radici. (…) Qualunque sforzo di darci la salute è vano. (…) Un uomo (…) inventerà un esplosivo incomparabile. (…) Ci sarà un’esplosione enorme” Sembrano tratte da un romanzo distopico o anti-utopico. Ed ancora è profetico quando scrive: “Quando i gas velenosi non basteranno più (…) un uomo fatto come tutti gli altri (…) inventerà un esplosivo incomparabile in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati innocui giocattoli”. E poi la fine di tutto: “Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della Terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo.

Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra, ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”. Nel romanzo distopico 1984 pubblicato nel 1949 George Orwell prefigura uno scenario inquietante in cui l’uomo subisce il controllo perfino mentale da parte di un potere che neanche vede rispetto a cui perde ogni individualità. Il romanzo si conclude emblematicamente con queste parole “Se vuoi un simbolo figurato del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano… per sempre”.

Il romanzo distopico 1984 di George Orwell

A differenza di altre specie animali, l’essere umano ha insito in se stesso la possibilità di ricercare il proprio orizzonte di senso, che non è qualcosa di già dato e definito, ma un progetto, un percorso, un cammino che presenta tutte le incognite, le sorprese, le scoperte, i rischi, gli accidenti e gli imprevisti dell’avventura, del viaggio. Nell’Orazione sulla dignità dell’essere umano (Oratio de hominis dignitate) pubblicata nel 1486 secondo la visione rinascimentale dell’uomo come interprete e artefice del suo destino capace di forgiarlo, Pico della Mirandola scriveva che la dignità dell’uomo è nella sua libertà.

L’uomo creatura ancipite che abita il regno del possibile potendosi innalzare alla conoscenza del bene e del vero oppure bruttarsi in una vita senza senno e quindi senza senso. Se l’uomo è la libertà del possibile allora tutto è possibile. Appare evidente in questo momento storico quale delle due inclinazioni dell’animo umano stia prevalendo.

Marco Troisi

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